“This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend, the end”
(The End – The Doors)

L’orrore”. Dopo aver pronunciato questa parola – la sua ultima –, muore l’enigmatico colonnello Kurtz (Marlon Brando), che ci ha appena scossi con le sue teorie sulla civiltà e sulla guerra.

Apocalypse Now viene da molti considerato il più famoso film di guerra, ma è veramente solo questo? Nonostante il contesto scelto da Coppola sia uno degli accadimenti bellici più discussi del ‘900 – la guerra in Vietnam –, il film va ben oltre una sua circoscritta descrizione. Il soggetto da cui è liberamente tratto – Cuore di Tenebra di Joseph Conrad – è sapientemente utilizzato per indagare il lato più oscuro dell’animo umano, dove si annida un irrefrenabile istinto omicida spesso tenuto nascosto da una fastidiosa ipocrisia, la quale emerge chiaramente dalle parole di Kurtz: “Noi addestriamo dei giovani a scaricare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere cazzo sui loro aerei perché è osceno”.

Questa primordiale violenza viene scoperta a poco a poco, attraverso la risalita del fiume operata dal capitano Willard (Martin Sheen) insieme alla sua squadra: metafora di un progressivo ritorno alle origini della civiltà, il fiume è il luogo in cui si rintana il colonnello Kurtz, accusato dai piani alti statunitensi di essere impazzito e di essere diventato un signore della guerra locale. Ma quando Willard, incaricato di ucciderlo, finalmente lo incontra, si trova di fronte a un personaggio che ha ben poco a che vedere con la follia: nonostante il quadro che gli si presenta sia macabro e spaventosamente pagano, Kurtz si mostra estremamente lucido. I due hanno infatti molto in comune: entrambi sono soldati navigati, hanno visto cose che noi umani “non possiamo nemmeno immaginare” – per dirla alla Blade Runner. Ma Kurtz, a differenza di Willard, sembra avere più consapevolezza sulle atrocità della guerra, ed espone le sue raccapriccianti quanto vere idee a riguardo, eliminando qualsiasi residuo di patriottismo e onore cavalleresco.

Ovviamente, la scelta della guerra del Vietnam è molto coraggiosa, nonostante sia solo una cornice: non molti intellettuali e artisti hanno il coraggio di “sporcarsi le mani” con la cruda realtà che le persone “normali” non possono o – peggio – non vogliono vedere. Potremmo citare Requiem For A Dream di Darren Aronofsky – di cui abbiamo già parlato in un altro Movie Tip –, che mostra il crollo del sogno americano, o Pier Paolo Pasolini, tanto impegnato nella critica della società consumistica e della natura del potere – si pensi a Salò o le 120 giornate di Sodoma, film di cui vi parleremo a breve, lunedì 9 novembre. Al pari di questi artisti, Coppola è considerabile a tutti gli effetti un poeta civile.

Martin Sheen

Grazie a questo film il regista – con il quale abbiamo avuto la fortuna di fare una stimolantissima chiacchierata-lampo – ha scritto una delle pagine più importanti della storia del cinema. E quando si ha a che fare con i capolavori, culturalmente troppo ingombranti per stabilirne i confini, viene difficile quantificare, a posteriori, quanto abbiano influenzato il cinema successivo. C’è dell’Apocalypse Now in Full Metal Jacket di Kubrick per la tremenda efferatezza delle operazioni militari? E in La Sottile Linea Rossa di Malick per la profonda analisi esistenziale? In Platoon di Stone?

Apocalypse Now, con le sue celeberrime battute – come “Adoro l’odore del Napalm al mattino” –, il suo fortissimo impatto emotivo e i suoi meritatissimi premi (Premio Oscar alla Migliore Fotografia e Miglior sonoro oltre ad altre sei nomination nel 1980 e Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes), si è prepotentemente fatto largo nell’immaginario collettivo; così che, più che chiederci in quali pellicole se ne ravvisi l’influenza, dovremmo cercare l’impatto che ha avuto su noi stessi e sulla nostra “anima collettiva”.

In una recente intervista Coppola ha affermato: “A quell’epoca nessuno voleva fare un film sul Vietnam. […] Quando uscì ci furono rumorose reazioni. I critici lo chiamarono Apocalypse When, mi dipinsero come un Kurtz uscito di testa, un megalomane. Alla fine lo presentai al Festival di Cannes incompleto, poiché su di esso erano state scritte le cose peggiori“. Per fortuna non ha dato ascolto alle critiche.

Luca Paterlini

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