To die, to sleep;
To sleep, perchance to dream. Ay, there’s the rub;
For in that sleep of death what dreams may come.

Da queste righe tratte dal celebre soliloquio To be not to be dell’Amleto prende nome il romanzo di Richard Matheson What dreams may come (1978), che nel 1998 diventerà una pellicola premio Oscar per gli effetti speciali. Il regista Vincent Ward catapulta il pubblico in un dramma spettacolare, emozionante e mai banale, grazie anche al raffinato senso dell’umorismo del protagonista Robin Williams.

Chris (Robin Williams) è un dottore follemente innamorato della sua anima gemella Anne (Annabella Sciorra), una restauratrice con la passione per la pittura. Quattro anni dopo la scomparsa dei loro figli a causa di un fatale incidente stradale, Chris troverà la morte per lo stesso destino. Immediatamente dopo il decesso conoscerà Albert (Cuba Gooding Jr.), che diventerà la sua guida verso il Paradiso.

Da qui si entra nel vero cuore del dramma, che esplora il concetto di vita dopo la morte amalgamando diverse filosofie e credenze religiose. Il Paradiso in cui si ritrova il protagonista, infatti, non rispecchia le sembianze della tradizione occidentale, ma prende forma dall’immaginazione e dai sentimenti di chi lo ospita, come una sorta di Paradiso “personale”. Immediatamente lo spettatore viene folgorato dalla visione onirica del protagonista nella quale prendono vita i quadri dell’amata moglie: ne scaturisce un paesaggio di pittura vera e propria, un miscuglio di blu, rosso e verde che sfocia in un innesto di colori vivaci, dalla luce pura e calda del cielo al violetto della malinconia. I Dialoghi tra Chris e Albert sono inoltre pregni di filosofia esistenzialista, che pongono costantemente in dubbio l’esistenza come condizione umana; riflessione che rimanda a Shakespeare e alle origini del titolo: “l’Io è la voce nella mia testa, quella consapevole della mia esistenza” afferma Chris, e Albert risponde: “Se sei consapevole di esistere allora esisti. Il pensiero è reale la materia è illusione”.

al di là dei sogni

Nel momento in cui per Anne diventa insopportabile il dolore dovuto alla perdita del marito, Chris deciderà di scavalcare le regole dell’Aldilà trasformandosi in un improbabile Orfeo intento a salvare la sua Euridice. Così, i due si mettono in viaggio verso l’Inferno con l’aiuto di un’altra guida, Tracker (Max von Sydow). L’Inferno, d’ispirazione Dantesca, presenta molte analogie con la Divina Commedia: il viaggio di transizione in barca richiama Caronte, il ribaltamento della nave nel Mare delle Anime ricorda lontanamente il Canto di Filippo Argenti e il motivo dell’impresa rimanda all’amore tra Dante e Beatrice. Proprio come l’Inferno dantesco, il panorama che accompagna i tre viandanti è tutt’altro che idilliaco: permane l’impressione di trovarsi davanti a un dipinto cupo e triste, a una visione apocalittica con relitti di navi e rovine; mentre il tempo del quadro si fa complessivamente acronico e le azioni dei personaggi sembrano venire inghiottite dal paesaggio, provocando nello spettatore un senso di angoscia e di spaesamento amplificato dalle urla strazianti dei dannati.

Al di là dei sogni è un film che spinge a riflettere su “grandi” tematiche come la morte e il valore della vita, ma la vera perla del film è l’interpretazione di Robin Williams, sunto di tutto ciò che lo ha reso un attore amato dal pubblico, un uomo semplice con uno sguardo umano che con un sorriso può ribaltare persino l’Inferno.

Filippo Fante