A Swedish Love Story (En kärlekshistoria, 1970) è il primo lungometraggio firmato da Roy Andersson. Una pozione d’amore da bere tutta d’un fiato: ragazzini bellissimi che indossano giacche di pelle e fumano sigarette, maestosi paesaggi svedesi intrisi di luce di mezzanotte e una storia sentimentale totalizzante. Il film racconta la storia di Annika (Ann-Sofie Kylin), tredicenne afflitta da una famiglia problematica, che si innamora di Pär (Rolf Sohlman), giovane bulletto di periferia. Tra incomprensioni, litigi e riappacificazioni, la loro acerba storia d’amore scorre parallela ai drammi degli adulti.

La pellicola fu presentato al Festival di Berlino, dove vinse quattro premi. Era il 1970 e Roy Andersson aveva 27 anni, era un giovane cineasta del nord Europa che, come tanti altri dell’epoca, rimase folgorato dal cinema italiano del secondo dopoguerra e rimase influenzato dalla corrente neorealista italiana, che donò una nuova centralità alla figura infantile. Per autori come Comencini, Vittorio De Sica e Visconti adottare lo sguardo di un bambino corrispondeva a uno stato di grazia, alla verginità del disinganno prima della perdita del sé, prima dell’alienazione sociale. Roy Andersson inizia la sua produzione cinematografica da qui, dal grado zero di consapevolezza dello sguardo: guidato nella narrazione dalla purezza del primo amore infantile, influenzato dal periodo neorealista e dal contesto svedese dominato dalla solennità di Ingmar Bergman, Andersson realizza A Swedish Love Story per celebrare la caduta degli eroi-adulti e la delusione di quella società che andavano definendo.

In scena c’è, infatti, chi si ritrova a reggere sulle proprie spalle quel crollo: gli adolescenti appena usciti dall’idillio dell’infanzia, che sono all’improvviso faccia a faccia con la desolazione del mondo adulto. Bellissima di Visconti, Sciuscià e  Ladri di Biciclette di De Sica,ma anche Sommern med Monika di Ingmar Bergman, I 400 colpi di Truffaut, il futuro Paper Moon di Bogdanovich, Welcome to the Dollhouse di Solondz e Moonrise Kingdom di Wes Anderson, condividono la rappresentazione della perdita dell’autorità da parte degli adulti e della potente sovversione infantile-adolescenziale del mondo.

L’esaltazione di quell’aura d’innocenza che avvolge il rapporto tra i protagonisti di A Swedish Love Story, Annika e Pär, rende evidente la desolazione, la tragicità e l’ipocrisia degli adulti (la depressione della madre di Annika, l’alcolismo e l’egoismo del padre).  La storia di amore di Annika e di Par, resa nella sua quotidianità e fotografata in ogni piccola sfumatura con un senso di tenerezza che stordisce e commuove, è il contraltare eretto da Andersson in reazione alla società piccolo borghese che allora si stava affermando. Incarnando lo sguardo della nouvelle vague attraverso l’innocenza degli occhi di due adolescenti innamorati, Andersson assume una posizione distaccata nei confronti della società: la giovane età si rivela l’approccio più puntuale per svelarne gli errori e i fallimenti. “Essa permette essenzialmente – come afferma Bille August, il regista di Pelle alla conquista del mondo – di offrire una visione nuova, e spogliata dall’ipocrisia, del mondo. Portare i bambini sullo schermo equivale a girare il coltello nella piaga”. Allo stesso tempo, lo stile minimalista con cui Andersson decide di raccontare A Swedish Love story, con una macchina da presa che si cala quasi invisibile tra i protagonisti, riuscendo a rendere indimenticabile un abbraccio così come una testa poggiata sulla spalle, spazza via ogni miserabile sfumatura del mondo adulto.

A Swedish Love Story si apre in un’officina, dove Par (Rolf Sohlman), a soli 15 anni, si trova insieme a un gruppo di persone molto più grandi di lui mentre assistono alla performance comica di un ragazzo che scimmiotta una mossa di kung fu. Par ne è ammaliato. Subito dopo lo vediamo in camera sua davanti allo specchio, tiene la giacca di pelle su una spalla alla Fonzie e prova espressioni da duro. Più tardi è per strada sulla sua moto, il vento tra i capelli e il brivido di quella che gli sembra essere velocità, finché un ciclista lo supera. L’essenza del cinema di Roy Andersson emerge proprio qui, dalle difficoltà e dalle umiliazioni vissute da un ragazzino che non si sente all’altezza del mondo adulto, nonostante provi a emularne lo stereotipato atteggiamento virile occidentale – lo stile i costumi del film sono un chiamo rimando alla moda americana del tempo.

Dopo aver vinto quattro premi al Festival di Berlino di quell’anno, Roy Andersson cadde in una profonda depressione intellettuale. I produttori del film gli chiesero un sequel, ma il regista rispose che non poteva “ripetere se stesso” e reagì auto-infliggendosi 25 anni di esilio dall’arte cinematografica. Dopo quell’anno Andersson non girò mai più un film con una linea narrativa classica. Ma è stata proprio la sua pausa cinematografica a permettergli di arrivare a una più profonda riflessione artistica, concretizzatasi in un espressionismo sagace, ironico e pungente, in lunghe inquadrature statiche, in una posizione angolare della macchina da presa tese a dipingere la ferocia e l’asetticità del mondo. Forse fu proprio quel lungo silenzio ad aver reso A Swedish Love Story ancora oggi, a distanza di quasi 50 anni, un film capace di suscitare nello spettatore un irrimediabile bisogno di ribellione, di recupero dell’innocenza, di adottare uno sguardo perduto: trovare il proprio grado zero di consapevolezza dello sguardo.

Anna Pennella