Ispirato da un’idea di Robert Thoeren, che nella Germania della grande depressione ambientava una storia di due uomini che per trovare lavoro si fingono prima donne, poi neri e infine musicisti tradizionali bavaresi, Billy Wilder traspone nei toni della commedia degli equivoci un fatto di cronaca realmente accaduto: la strage di San Valentino. Brioso e scorrevole ancora oggi, a distanza di sessant’anni, A qualcuno piace caldo è una pietra miliare della storia del cinema americano.

Nella Chicago degli anni ruggenti e del proibizionismo, Joe (Tony Curtis) e Jerry (Jack Lemmon) sono testimoni loro malgrado di una strage a opera di un gruppo di gangster mafiosi . Per sparire dal mirino dei malviventi decidono di travestirsi da donne e unirsi a una compagnia musicale al femminile, in partenza per un tour in Florida. I due musicisti squattrinati, travestiti da Josephine e Daphne, si imbatteranno in una serie di equivoci esilarati legati alle loro duplici identità: Joe-Josephine si infatuerà della bella Zucchero (Marilyn Monroe), cantante e suonatrice di ukulele, ma non potendole rivelare la sua vera identità si fingerà un magnate di petrolio per poterla corteggiare; mentre Jerry-Daphne si stupirà nel rimanere folgorato dal carisma del miliardario Osgood (Joe E. Brown).

Intelligente, garbato e sofisticato, il film gioca abilmente con il tema del travestimento, servendosene come grimaldello per fare saltare gli stereotipi di genere del tempo: la simulata impotenza di Joe di fronte a Zucchero capovolge il ruolo di uomo/donna cacciatore/preda e non solo. Il regista affronta il tema dell’omosessualità latente non dichiarata attraverso il personaggio di Jerry che, travestito da Daphne, riconosce di essersi divertito a ballare con Osgood.

Dissimulazione, travestimento, omosessualità e parodia degli stereotipi hollywoodiani: un mix che avrebbe creato un enorme scandalo nel 1959. Ma l’abilità di Billy Wilder fu proprio quella di saper alleggerire i toni, in modo tale da passare attraverso le maglie del famigerato Production Code, che imponeva ai film il rispetto di una serie di norme di carattere morale. Perché, alla fine, siamo tutti perfetti o, citando il finale del film, Nobody’s Perfect, nessuno lo è.

Daniela Addea