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Il 19 settembre 1985 è una data che ha lasciato il segno nella storia del Messico
. Quel giorno un terremoto, che sarà ricordato tra i più potenti del secolo, colpì Città del Messico. Interi quartieri furono ridotti in macerie, sotto le quali rimasero più di 100.000 persone, secondo le stime più attendibili.

Venticinque anni dopo un film prova a raccontare quei fatti, prendendo per titolo l’orario della prima scossa: 7:19. La regia è affidata a Jorge Michel Grau, autore già noto alle nostre latitudini per l’interessante horror Siamo quello che mangiamo (Messico 2010), seguito da un omonimo remake negli Stati Uniti. Con questo film il regista messicano si cimenta in un claustrofobico dramma della sopravvivenza ispirato ai tragici fatti che colpirono la capitale del suo Paese. L’avvocato Fernando Pellicer si ritrova intrappolato sotto le macerie del palazzo di sette piani dove ha sede la sua compagnia. Una trave gli impedisce di muoversi, l’oscurità non gli permette di guardarsi attorno e gli è preclusa qualsiasi comunicazione con l’esterno; l’unica cosa che può fare è parlare con gli altri superstiti e attendere che qualcuno venga a salvarli.

A partire da queste premesse la sceneggiatura costruisce un racconto serrato, nel quale la tensione cresce lenta ma inesorabile, mentre la sete e la fame sfiancano i personaggi. L’espediente è quello (non nuovo, ma sempre efficace) del microcosmo: prendere un gruppo eterogeneo per estrazione sociale, cultura e morale, segregarlo in uno spazio chiuso e stare a guardare quello che succede. La focalizzazione del film coincide con quella del cinema civile: un racconto sociale che parla del Messico di ieri ma anche di oggi, utilizzando anche frammenti video e audio d’epoca.

Tuttavia, ciò che rende 7:19 AM degno di nota è il modo in cui Grau traspone il soggetto, utilizzando gli strumenti del linguaggio cinematografico per portare lo spettatore sotto le macerie, intrappolato gomito a gomito con i personaggi. Come Dolan in Mommy (Francia/Canada 2014), Grau gioca con il formato del fotogramma per rinchiudere il protagonista in un francobollo d’immagine, che si allarga solo nel momento in cui aumenta la sua consapevolezza di ciò che lo circonda. Grau arriva addirittura a cambiare radicalmente il suo stile di regia a seconda delle esigenze della storia: se la scena d’apertura è un lungo piano sequenza che si snoda nell’atrio del palazzo appena prima del terremoto, sotto le macerie le inquadrature diventano statiche, a esclusione di una lunga panoramica circolare. In questo modo, lo spettatore si trova nelle stesse condizioni dei terremotati che, non più liberi di muoversi, possono girare la testa per guardarsi attorno, ma non riescono a spostarsi da dove il destino li ha precipitati.

7:19 non ha avuto una distribuzione nelle sale italiane, ed è arrivato nel nostro Paese solo tramite Netflix e in lingua originale, seppur sottotitolato. Un ostacolo che potrebbe far desistere molti, nonostante la qualità del prodotto: se fare arte significa rappresentare uno spaccato di realtà attraverso un particolare linguaggio espressivo, il regista messicano coglie nel segno e riesce a trasmettere agli spettatori le stesse sensazioni che provano i suoi personaggi. 7.19 AM è un magistrale thriller ad alta tensione con risvolti sociali, un connubio riuscito tra film “commerciale” e opera d’autore.

Francesco Cirica