Nominato agli Oscar 2003 come Miglior film straniero, Hero è senza dubbio la pellicola più conosciuta e apprezzata dal grande pubblico del regista cinese Zhang Yimou (张艺谋), già famoso per Lanterne rosse (Da hong denglong gaogao gua, 大红灯笼高高挂) del 1992. Dalla Trama ingarbugliata e dal finale che lascia di stucco Hero, oltre a essere un grande esempio di tecnica da parte del maestro asiatico, è anche un modo relativamente rapido (due ore di film, ma dal ritmo non sempre frizzante) per cogliere aspetti della cultura cinese che, nonostante la pellicola sia del 2002 e ambientata più di 2000 anni fa, sono ancora attuali e ben percepiti dalla popolazione della prima potenza economica mondiale.

Insomma, eccovi 5 motivi per prendersi una sera libera e riscoprire questo film cult.

hero


1. La benedizione di Quentin Tarantino

“Quentin Tarantino presents” è ciò che si poteva leggere a chiare lettere sulla locandina di Hero quando il film uscì nelle sale occidentali. Da sempre appassionato di cinema asiatico, Tarantino deve molto alla tradizione cinematografica cinese di cui Hero è pronipote. Questa benedizione, sigillo di garanzia impresso a Hero appositamente per il pubblico occidentale, è l’ennesimo omaggio che il regista di Knoxville ha voluto porgere come ringraziamento nei confronti di quelle pellicole che lo fecero sognare da bambino. E ha dato i suoi frutti: la pellicola, super produzione cinematografica con il più ricco budget del cinema asiatico fino ad allora e distribuita da Miramax, è stata campione di incassi in tutto il mondo. Grazie Quentin.


2. Le scene di combattimento

Dimenticatevi esplosioni, cazzotti ed effetti sonori alla Bud Spencer e Terence Hill; le scene di combattimento di Hero sono ciò che di più lontano ci si aspetterebbe da una lotta: sono un tripudio di leggerezza, calma e armonia immerso in ambientazioni oniriche e con un’attenzione maniacale all’uso del colore. Anzi, spesso i combattenti sono solo lo sfondo di quello che sembra essere il protagonista della narrazione: l’ambientazione. Per un pubblico non abituato a certe trovate tipicamente cinesi, alcune sequenze potrebbero risultare tanto esagerate da apparire paradossali; il rischio del comico involontario è sempre dietro l’angolo. Tuttavia, dimenticare le leggi della fisica e immergervi nella meditazione (senza chiudere gli occhi, però, se no vi addormentate) nei paesaggi che Zhang Yimou ha creato è il modo migliore per godere a pieno di questa pellicola.


3. La colonna sonora

In cinese si dice “peiyue” (配乐), letteralmente “musica che si abbina”, termine che rende molto bene il ruolo della colonna sonora in questa pellicola: non ne è l’asse portante l’elemento principale (come l’italiano “colonna sonora” suggerisce), ma si limita ad “abbinarsi” (pei ) ai vari momenti della narrazione, con la quale si mischia, aiutandola a procedere. Le mosse dei combattenti sono scandite dai ritmi lenti e sinuosi degli strumenti tradizionali cinesi, e durante tutto il film è presente un tema musicale centrale che viene ripetuto nei momenti di massimo coinvolgimento emotivo – come avviene in quasi tutte le opere di Zhang Yimou. Musica e immagini danno vita a un’entità terza, di una caratura più alta della semplice somma delle parti che la compongono.


4. La tradizione calligrafica cinese

La scena della pioggia di frecce è un’efficace metafora di quanto sia grande la tradizione dell’arte calligrafica in Cina. Monaci che, sotto una letterale pioggia di frecce scagliate dagli arcieri dell’esercito di Qin Shihuang (秦始皇) – per intenderci, il sovrano che fece costruire la grande muraglia e l’esercito di terracotta –, continuano a intingere le punte dei pennelli nell’inchiostro e a dipingere i complessi tratti dei caratteri, in rigorosa obbedienza agli ordini del loro maestro. È questo l’unica arma a loro disposizione per portare avanti la resistenza culturale contro l’invasione dell’esercito di Qin. Ogni carattere della lingua cinese porta infatti con sé un bagaglio culturale, una storia, una tradizione millenaria a cui difficilmente, nel corso della storia, i cinesi hanno rinunciato.


5. Il concetto di armonia

Il finale a sorpresa che, tranquilli, non verrà spoilerato in questa sede, indica in maniera esemplare cosa voglia dire, da Confucio in poi, il concetto di armonia (hexie 和谐) per la società cinese. Nel finale di Hero la violenza è legittimata per stabilire l’ordine all’interno della Cina: il sacrificio di pochi singoli è funzionale alla stabilità dell’intero popolo, all’armonia delle masse a discapito dell’egoismo dei signori della guerra. Spendendo parole simili a queste spesso il governo cinese ha giustificato molte delle sue scelte, non sempre in linea con la dottrina democratico-liberale tanto cara a noi occidentali. Nella conferenza stampa di Hero Tony Leung (liang chao wei 梁朝玮) – interprete di Spada Spezzata – afferma: “Condivido i valori di pace e di umanità di questo film, per esempio durante gli incidenti del 4 giugno 1989 io non partecipai alle manifestazioni, perché ciò che fece il governo cinese era giusto: mantenere la stabilità nell’interesse generale e per il bene di tutti”. È singolare che un messaggio così marcatamente filo-governativo sia stato veicolato proprio da Zhang Yimou, regista i cui film spesso non sono stati approvati dal potere centrale e che vennero anzi in certi casi banditi. Ennesima contraddizione che, insieme a mille altre, forse per prima spinge sempre più occidentali a buttare un occhio dall’altra parte della muraglia, a tentare di scoprire un Paese che, per quanto lontano, negli ultimi dieci anni ha fatto cadere ogni certezza di strapotere a noi occidentali, ci ha svegliato dal sogno americano e ci sta obbligando a fare i conti con lui.

Andrea Mauri