Robert Bresson, regista e sceneggiatore francese classe 1901, è stato spesso definito un “pittore di film”: nelle sue pellicole regna l’immagine, seguita da dialoghi, musiche, montaggio e così via, considerati codici secondari ridotti al minimo. I suoi lavori sono impossibili da classificare, se non come sui generis, anomali, radicali, controversi e pregni di riferimenti letterari classici (Dostoevskij, Tolstoy e Diderot, per citarne solo alcuni). Maestro del minimalismo e abile manipolatore di dettagli apparentemente futili e incidentali, Bresson ha sempre preferito attori amatoriali, così da evitare qualsiasi traccia di teatralità e convenzionalità fittizia tipiche della messinscena e comunicare in modo più diretto con lo spettatore.

Mouchette – Tutta la vita in una notte, basato sul romanzo omonimo di Georges Bernanos, esordisce al Festival di Cannes nel 1967 vincendo il premio OCIC, e torna in questi giorni in versione restaurata nelle sale italiane grazie al progetto “Il Cinema Ritrovato” promosso dalla Cineteca di Bologna. Il film è la risultante di attori non professionisti, stile discreto, procedimenti ellittici, lavoro di ripresa minimo e trionfo di drammaticità. Nonostante i personaggi siano piuttosto basici, sono però completi: è sufficiente una singola giornata per conoscerli e comprenderli, ed è proprio  questo breve lasso di tempo che Bresson sceglie di rappresentare nel film. Mouchette – Tutta la vita in una notte e è infatti un resoconto di 24 ore (come l’Ulysses di Joyce) degli eventi che si susseguono in una cittadina rurale francese; quadro da cui emerge una realtà fatta di miseria, sgradevolezza, violenza.

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Mouchette (Nadine Nortier) ha 14 anni, e si vede costretta a crescere precocemente a causa delle circostanze sfortunate e insostenibili in cui si è ritrovata a vivere: la madre è malata terminale, mentre il padre è un accanito bevitore. Lei stessa è una outsider, quasi completamente incapace di instaurare rapporti umani “normali”: immersa in un mondo senza grazia né bellezza, Mouchette ha un volto selvatico, ma uno sguardo indifeso, da cui trasuda tristezza e malessere. La pellicola è fortemente imperniata sulla figura della protagonista, secondo un movimento ellittico e costante rispetto a due fuochi: la cosa guardata e il soggetto che la guarda. Mouchette è, infatti, il personaggio centrale che riempie tutto il film e, se non è presente fisicamente in campo, il suo sguardo riveste comunque il ruolo di protagonista, in quanto si tratta di un punto di vista che non è mai neutro, semmai semplificatorio. 

L’arte di Bresson risiete proprio nel saper cogliere nei particolari e nella quotidianità il malessere profondo dell’uomo e, in questo caso particolare, di Mouchette, angosciata e sola come un uccellino in gabbia, che per miseria interiore decide di congedarsi compiendo l’unico gesto di cui lei sola può decidere, ma senza alcuna pretesa di esemplarità. Il suo non è che un tentativo “esistenzialista” di fuga dalla brutalità delle cose e dalla loro gratuità insensata.

Vittoria Leardini