La solitudine, l’eliminazione del superfluo, la riconnessione con quanto c’è di libero e genuino nella vita di tutti i giorni: questo è Semplice, il terzo disco solista di Francesco Motta uscito lo scorso venerdì 30 aprile per Sugar Music. Un lavoro che rappresenta il punto di arrivo del processo di maturazione artistica del cantautore toscano, ma anche l’inizio di una nuova fase nella sua carriera musicale. Dopo aver vinto due Targhe Tenco con i suoi precedenti lavori – La fine dei vent’anni (2016) e Vivere o morire (2018) -, Motta ha continuato la sua personale ricerca della libertà lirica e musicale, arrivando a prendere coscienza di quella semplicità che comporta l’agire “per me, assolutamente per me”. Ma musicalmente Semplice è tutt’altro che un disco semplice: gli arrangiamenti d’archi, la collaborazione con i musicisti Mauro Refosco (David Byrne, Red Hot Chili Peppers, Atoms For Peace) e Bobby Wooden (David Byrne) e le esperienze degli ultimi tour hanno creato un universo sonoro personalissimo, esaltato dalla produzione magistrale di Taketo Gohara, da una traccia scritta con Dario Brunori e dai consigli di De Gregori. Così, abbiamo chiesto a Motta di raccontarci cosa è cambiato in quest’ultimo anno e delle sue nuove conquiste, tra contraddizioni e difficoltà.

Hai pubblicato il tuo terzo disco solista dopo il successo de La fine dei vent’anni (2016) e Vivere o morire (2018): è possibile vedere Semplice come l’ultimo capitolo di una trilogia?
Preferisco vederlo come il primo capitolo di una saga. In questo disco c’è molta più luce rispetto ai precedenti: da un lato c’è l’accettazione di alcune contraddizioni che prima mi spaventavano, dall’altro una consapevolezza maggiore. Mi piace pensarlo come l’inizio di una nuova era, piuttosto che l’epilogo di un’altra, anche perché non mi sembra giusto mettere la parola fine su ciò che è stato della mia musica prima di Semplice.

A me che ormai non me ne frega quasi niente […] E come il mare alla fine fai come ti va” (A te) sembra il manifesto dell’album, la lente attraverso cui leggere queste canzoni. Che cosa è cambiato rispetto al passato e come ciò si è tradotto nella tua musica?
Sentivo voglia di libertà e sono andato a cercarmela. In qualche modo, durante quest’ultimo anno, l’ho trovata: nel momento in cui non esiste più la realtà e rimani da solo seduto al pianoforte, o quella libertà la riconquisti, o smetti di fare questo mestiere. Spesso in passato è stata forzata la narrazione di una sorta di Eden in cui sentirsi ispirati e scrivere canzoni, ma alla fine in questo spazio mi ci sono ritrovato. È allora che mi sono chiesto perché faccio quello che faccio: lo faccio per me. Il “quasi” di quella frase rimanda alla fragilità delle mie convinzioni, ma in effetti ho eliminato molto superfluo, non solo nella mia vita ma anche nel modo in cui scrivo canzoni.

È questa allora la cifra distintiva del disco? Accorgerti che lo fai per te?
Assolutamente sì. Soprattutto quest’anno. Lo faccio perché per me è come respirare. Non che negli altri dischi non fosse presente questa consapevolezza, la differenza è che quando ricevi molte pacche sulle spalle rischi di perdere il focus non tanto su quello che fai, ma sul motivo per cui lo fai. Quest’anno, invece, ci ha costretto a rimanere soli con noi stessi e a rispondere a domande, anche banali, che non ci ponevamo da tanto tempo, a riconnetterci con la semplicità. A volte mi impauriva, anche di fronte al più semplice “come stai?”, la responsabilità di dire che andava tutto bene. Ecco perché intitolare un disco Semplice è stata una conquista, anche se non è per nulla un disco semplice – anzi è più corposo e barocco rispetto ai precedenti. La semplicità è un obiettivo da raggiungere e non un punto di partenza, per ottenerla devi sintetizzare, togliere il superfluo.

Semplice, come la piccola parte di me che preferisco”, canti nella title-track: qual è allora la parte di te che non hai ascoltato nello scrivere questo album?
Pensiamo sempre di essere unici nel mondo, ma quando realizzi che non è così, ti rendi conto che questo non toglie niente alla tua individualità. È un modo per ridimensionare la realtà e averne maggiore coscienza. Ho scoperto che c’è anche una parte di me che è semplice, che va a togliere il superfluo, ed è quella che preferisco. Ma per scrivere questo disco ho ascoltato anche tutto il resto, cercando di abbracciare anche le mie contraddizioni e mettere in discussione le mie convinzioni. In Vivere o morire vedevo tutto in modo drastico, bianco o nero, per poi rendermi conto che la vita ti porta ad accettare una cosa e anche l’altra, e non ci sono che scale di grigio. Lo canta anche Luigi Tengo in Una brava ragazza: “Se tu fossi una brava ragazza, una ragazza che sognavo di incontrare, probabilmente adesso invece che volerti bene sarei altrove”.

A proposito di semplicità, gli arrangiamenti delle canzoni sono tutt’altro che scontati e si avvicinano molto alla dimensione dei tuoi concerti…
È banale dire che questo è il disco che più mi rappresenta, ma è proprio così. Spesso in passato mi sono sforzato di calarmi in una situazione di vertigine e movimento che mi facesse andare in direzioni che poi mi rendevo conto di non saper percorrere. Semplice, invece, ha avuto una gestazione più libera, mi sono davvero goduto l’esperienza in studio con gli altri musicisti. Non c’è stata alcuna forzatura o astrazione, è stato tutto sincero.

Come si è tradotto questo processo nella scelta delle sonorità?
Ci ha portato a concentrarci sugli arrangiamenti di archi. Il tour in cui abbiamo suonato con le Filles des Illighadad nel 2018 ci ha permesso di dare una nuova dimensione alla nostra musica, soprattutto con l’ingresso del violoncello del quartetto d’archi e la libertà di rompere gli schemi, senza i limiti classici della teoria musicale. Dalla band tuareg ho imparato anche una concezione del tempo, delle ritmiche e delle armoniche completamente diversa: ricordo ancora quando, il secondo giorno di prove, ci siamo scambiati gli strumenti, ho preso in mano uno strumento percussivo chiamato kalebas e mi sforzavo a battere il tempo sull’uno, per poi capire che non era quello il punto.

Il disco ospita diverse collaborazioni: produzione Taketo Gohara, e poi Dario Brunori, il percussionista brasiliano Mauro Refosco e il bassista Bobby Wooten – due collaboratori storici di David Byrne. Come è stato lavorare con loro?
L’apporto di ciascuno ha svoltato il disco, soprattutto per quanto riguarda il basso. Mentre ne La fine dei vent’anni lo aveva suonato Laura Zilli (Tiromancino), in Vivere o Morire fungeva da collante tra voce e ritmica e l’ho suonato quasi tutto io. In Semplice volevamo affidare questo compito a qualcun altro: ho visto suonare Bobby al concerto di David Byrne a New York e proprio Mauro Refosco – percussionista e producer delle parti di elettronica – lo ha suggerito come il bassista giusto per questo disco. Quest’ultimo anno mi ha portato a fidarmi poco degli sconosciuti e moltissimo delle poche persone davvero vicine: dopo aver fatto così tanti concerti insieme a Giorgio Maria Condemi (chitarra) e Cesare Petulicchio (batteria), non mi faceva più paura affidarmi completamente a loro, anche negli arrangiamenti delle canzoni. È difficilissimo fidarsi, ma quando quell’intesa scatta diventa vitale.

Parlando di collaborazioni, in Qualcosa di Normale hai cantato insieme a tua sorella Alice. Come mai? E che apporto ha dato al disco?
Ho mandato Qualcosa di Normale via mail a Francesco De Gregori, perché mi sembrava eticamente corretto chiedergli un parere. Lui mi ha consigliato di cantare questa canzone con una donna, e una delle mie voci preferite in assoluto è proprio di mia sorella Alice. La sua presenza ha cambiato il taglio del brano, cantare una canzone d’amore con tua sorella è davvero rigenerante. Volevo anche che l’unico featuring del disco fosse con una persona che conosco particolarmente bene; oltre a lei anche mia moglie ha collaborato in alcuni cori.

Quando parli d’amore nelle canzoni di SempliceE poi finisco per amarti, Qualcosa di normale, Le regole del gioco –, lo descrivi con termini quotidiani, che ne delineano una visione genuina e matura di questo sentimento, rispetto all’attitudine più irriverente dei lavori precedenti. Cos’è successo?
C’è un tempo per ogni cosa. Prima avevo uno spirito quasi punk nell’affrontare le cose e anche la paura di restare, vedendo nemici che non esistevano. Solo quando ti poni delle domande e ti accorgi delle piccole cose, sei pronto ad amare. Questa maturazione è dovuta anche al fatto che ho conosciuto Carolina, mia moglie.

La grande assente nelle tematiche di Semplice è la pandemia, che tuttavia viene evocata dalla coda strumentale dell’ultima canzone, Quando guardiamo una rosa – scritta insieme a Dario Brunori. È con questa sezione che hai voluto rappresentare il tuo ultimo anno?
Sì, è così. Non che gli altri pezzi non tocchino il tema della pandemia, non credo sia necessario usare la parola “coronavirus” o “quarantena” per parlarne, anzi, è necessario un processo di sintesi e di elaborazione, in cui la realtà è solo il punto di partenza, per poter arrivare a un’espressione emotiva personale. Quella parte strumentale serviva a me per buttare fuori tutto quello che era rimasto ancora dentro: sentivo l’urgenza di eliminare l’armonia da quella sezione, di mantenerne solo la ritmica. Forse è proprio lì che risiede l’inizio di una nuova era anche musicale per me.

Non vediamo l’ora di ascoltare dal vivo queste canzoni. Che cosa ha in serbo il prossimo futuro per te?
Abbiamo appena annunciato due date per quest’estate: al Carroponte di Milano il 21 luglio e all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 10 settembre. Ma non saranno le uniche.

Riccardo Colombo