“Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi una parola… Addirvi: una parola!”. Ci si potrebbe fermare qui, all’“intestazione autonoma” dettata al povero Peppino, a quella scena memorabile di Totò, Peppino e la… malafemmina (Camillo Mastrocinque, Italia, 1956), che è a sua volta un intero catalogo di scene memorabili. Ci si potrebbe limitare a questo titolo per dare un’idea di chi è stato Totò, ma non basterebbe a racchiudere la grandezza di un artista capace di percorrere trasversalmente il cinema italiano dalle comiche alle opere d’autore, in una dialettica continua tra alto e basso, sberleffo e lacrima.

Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio (un nome talmente pomposo da essere già involontariamente comico) è passato alla storia con un nomignolo assai più prosaico: Totò. La sua carriera comincia tra i vicoli del rione Sanità di Napoli, imitando gli artisti di strada e rubando ai passanti camminate, tic e varie ridicolaggini; un bagaglio che gli permette di entrare nel mondo del teatro, dove diviene celebre unendo le tecniche della commedia dell’arte, del varietà e della rivista a un vero talento per l’improvvisazione e la gag fisica.

Non passa molto tempo perché il cinema si accorga di lui: nel 1937 Totò esordisce in Fermo con le mani! (Gero Zambuto, Italia, 1938). Il successo arriva solo undici anni dopo: I due orfanelli di Mario Mattoli. Da qui in poi l’ascesa di Totò è inarrestabile, l’attore napoletano diventa uno dei volti più conosciuti e amati dell’epoca al punto che, dal 1948 e al 1957, tra i primi dieci incassi della stagione c’è sempre almeno un film con Totò. Attorno a lui si muove il miglior cinema italiano: non solo grandi spalle comiche come Macario, Carlo Croccolo, Aldo Fabrizi, Tina Pica, Titina e Peppino De Filippo, ma anche attori del calibro di Vittorio De Sica, Anna Magnani, Eduardo e perfino Orson Welles (nell’adattamento pirandelliano L’uomo, la bestia e la virtù  di Steno del 1953).

La popolarità di Totò deve molto alla sua maschera, che incarna la fame delle classi subalterne verso i privilegi di quelle più elevate. Tuttavia, la notorietà dell’attore è anche frutto di una filmografia che si fa specchio dell’attualità e lega il suo nome al Giro d’Italia. ai primi show televisivi (Totò al Giro d’Italia e Totò, lascia o raddoppia?), ma anche al neorealismo e all’avvento del colore (Totò a colori del 1952 è il primo film a colori italiano). Le interpretazioni di Totò descrivono anche la realtà di una nazione che sta crescendo a ritmi rapidissimi, dove agli scintillanti night club di Milano si oppone la campagna che vede persino in un trattore il simbolo incomprensibile di un futuro remoto (Totò, Peppino e la… malafemmina).

L’importanza del principe della risata per il nostro cinema non si ferma al successo di pubblico; tanti sono i grandi registi con cui collabora, dai maestri della commedia all’italiana come Steno, Comencini e Monicelli e Vittorio De Sica, per il quale interpreta il memorabile “pazzariello” de L’oro di Napoli (Italia, 1954). Cesare Zavattini scrive per lui un soggetto che diventerà lo struggente Miracolo a Milano (Italia, 1951), mentre Pasolini ne fa il portavoce della sua poetica in Uccellacci e Uccellini (Italia, 1966), La terra vista dalla luna (episodio di Le streghe, Italia/Francia, 1967) e Cosa sono le nuvole? (episodio di Capriccio all’italiana, Italia, 1968). Quella con Pasolini costituisce un’incursione nel cinema d’autore per Totò, che rivela l’altra faccia della sua maschera, il lato malinconico dell’uomo, sconfitto e travolto dagli ingranaggi di un sistema spietato.

Un’inquietudine che ben si esprime nelle opere cui Totò mette mano in prima persona: ad esempio in Siamo uomini o caporali? (Camillo Mastrocinque, Italia, 1955), film del quale cura il soggetto, emerge una visione del mondo cupa e disincantata, in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è una ruota che si ripete incessantemente di decennio in decennio; un circolo che solo la morte ha il potere di spezzare, come ne ‘A livella, il vertice della produzione poetica dell’attore. In fondo, proprio Totò insegna come risata e dramma vadano a braccetto, di come infelicità e allegria siano i due volti della vita; perché in fondo, come lui stesso dichiara a Oriana Fallaci, “La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza”.

Francesco Cirica

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