Voto

4

Scivoloni di ogni sorta hanno attraversato la storia del rock. Alcuni sono diventati però dei veri e propri classici, frutto di esperimenti che per quanto mal riusciti hanno saputo contribuire al progressivo sviluppo della musica rock; altri, al contrario, sono stati riposti nel dimenticatoio.

È ancora troppo presto per stabilire quali saranno le sorti di Low in High School, ma in quest’ultimo disco Morrissey sembra aver preso un bell’abbaglio. È difficile perdonare all’ex leader degli Smiths il fatto di non aver mantenuto nulla di ciò che aveva promesso con l’uscita di Spent the Day in Bed, che dopotutto è un buon singolo.

Apre My Love, I’d Do Anything for You, un blocco preconfezionato di suoni, levigato al punto da scivolare di dosso all’ascoltatore come se niente fosse, e solo la voce ancora intonsa di Morrissey cattura a sé l’attenzione di tanto in tanto. Segue I Wish You Lonely, manierata e sdolcinata: ancora una volta di incisivo c’è solo la melodia vocale. Dal medesimo amalgama indistinto di timbri  Morrissey plasma la successiva Jacky’s Only Happy She’s Up on the Stage, in cui la debole sagoma di una chitarra post punk si sfalda all’interno del solito panorama privo di accadimenti; qui Morrissey esagera con lo zucchero, creando un umore fastidiosamente gaio.

Pare che il cantante abbia concentrato tutte le proprie energie nel singolo Spent the Day in Bed: gli strumenti dialogano senza scomparire nella caligine della mischia, tenendosi stretta la propria identità mentre assolvono una funzione sia ritmica che melodica; ecco infatti che una linea di synth gorgogliante esce finalmente dalla mischia per rivendicare la propria esistenza. Poi, in I Bury the Living, una landa desolata accoglie i passi incerti di un violino solitario, aggredito di sorpresa da chitarre ringhianti, talmente violente da grattare via l’intonaco dalle pareti e distruggere gli inconsistenti paesaggi creati da Morrissey negli episodi precedenti. Fatta eccezione per il vortice di spettri che avvolge il pianoforte di In Your Lap, da qui in avanti il disco si perde in un mare di porcherie orientaleggianti, cieli aperti e sconfinate distese di incontaminato verde, finti tanto quanto una scadente scenografia alle spalle di un attore incapace.

Così Morrissey, e con lui il suo glorioso passato negli Smiths, affonda davanti agli occhi dell’ascoltatore aborrito, intento a domandarsi per quale motivo si sia dovuto imbattere in questa malcelata presa per i fondelli.

Federica Romanò