Voto

7.5

In Italia, il cinema di genere ha alle spalle una storia lunga e consolidata, che affonda le sue radici fin nel cinema muto dei primi anni del Novecento. Una storia che, a eccezione di pochi nomi (uno su tutti Sergio Leone), ha visto le pellicole di genere venire declassate, spesso a ragion veduta, a B-movies, mentre il cinema d’autore si consolidava come modello dominante del panorama italiano, con registi del calibro di Roberto Rossellini, Giuseppe de Santis, Vittorio de Sica, e poi Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Pietro Germi, Mario Bava, che hanno reso il cinema italiano famoso (e invidiato) in tutto il mondo. Le cose sono andate diversamente oltreoceano, dove invece il cinema di genere si è consolidato come traino principale dell’industria e dei gusti del pubblico; basti vedere l’enorme impatto di film cult di registi come Quentin Tarantino, Martin Scorsese, James Cameron e Steven Spielberg, che continuano a influenzare ancora oggi il cinema a livello globale.

Tuttavia oggi, in Italia, sembra verificarsi un’inversione di tendenza, e alcuni registi stanno esplorando le possibilità e la versatilità del cinema di genere, ibridandolo con le esigenze di uno sguardo più autoriale. Il cinema italiano sembra così avere riscoperto il thriller, il genere storico e persino il superhero movie (leggi: Lo chiamavano Jeeg Robot), facendo nascere nuovi filoni narrativi dalla commistione tra i generi tradizionali. Primo lungometraggio di Alessandro Celli prodotto da Matteo Rovere – già regista de Il primo re sempre con Alessandro BorghiMondocane è una storia post-apocalittica e di malavita che si svolge a Taranto. Le ambientazioni, che spaziano tra gli italianissimi litorali bianchi colmi di turisti e stabilimenti e le atmosfere dark nel resto della città, chiariscono subito gli intenti di coniugare lo stile cyberpunk con la vibe del sud Italia ed esplicitano il dramma che coinvolge i giovani protagonisti, Pietro (Dennis Protopapa) e Christian (Giuliano Soprano), detti Mondocane e Pisciasotto, cresciuti in una zona estremamente povera e semi abbandonata.

In una terra ormai in preda al caos e alla degradazione, dove la polizia non ha alcuna autorità, prende il sopravvento la criminalità organizzata, al cui vertice siede Testacalda (Alessandro Borghi). Le atmosfere della storia strizzano l’occhio alla serialità italiana di Suburra e Gomorra, ma il film si ritrova molto più vicino a titoli come La paranza dei bambini e il romanzo del 2015 Anna – piccolo cult per giovani adulti di Niccolò Ammaniti, da cui è stata tratta anche una serie tv ambientata in una Sicilia del futuro abitata solo da bambini. Allo stesso modo, nell’universo di finzione di Mondocane la gang di Testacalda è formata prevalentemente da ragazzini e bambini, che emergono nettamente rispetto agli adulti del film, schiacciati da caratterizzazioni non definite e passive – a parte il personaggio di Borghi.

Il background dei personaggi secondari, lo slancio di denuncia ambientale e sociale e il racconto della Taranto Vecchia si intersecano con coerenza per risultare funzionali al racconto della storia di amicizia e sopravvivenza di Pietro e Christian – nonostante alcuni filoni della storia si perdano nella mischia. Così, Mondocane dimostra che il cinema di genere italiano può ancora aprire nuove strade e continuare a evolversi.   

Giulia Crippa