Voto

8.5

Un uomo, una tragedia, la solitudine interiore che diventa spinta propulsoria per una spasmodica pretesa antisociale di attenzione e compassione dal mondo esterno: secondo film – ma il primo a uscire dalla Grecia – di Babis Makridis, già co-sceneggiatore di Yorgos LanthimosPity è la più brillante evoluzione possibile della Greek Weird Wave, che da qualche anno sembrava aver acquisito una dimensione sterile, ripetitiva e autocompiaciuta. C’è tutto: un perverso processo psicanalitico su un personaggio criptico inserito in una dinamica familiare irrisolta, una hanekiana violenza trasparente che sfocia in un impeto mostruoso, scelte registiche rigorose e inquadrature geometriche per enfatizzare l’atmosfera rarefatta che permea la pellicola.

Sovraccaricato e represso in una commistione paradossale fra il protagonista arcaico di una tragedia greca e un uomo qualunque – del quale non verrà mai specificato il nome – in preda alle paranoie di anaffettività tipiche della società contemporanea, l’antieroe che abita la storia è così spaventosamente vicino a chi guarda da portarlo a scavare dentro al proprio abisso, ma sotto una luce più calda e scenografica di quella naturale. Velenoso e provocatore, capace di suscitare sentimenti contrastanti fra l’angoscia e l’ironia più amara, il film traccia così la parabola ascendente della corrente cinematografica di un paese che timidamente acquisisce sempre più sicurezza della propria identità culturale contemporanea.

Carlotta Magistris