Scomparso esattamente un anno fa, Miloŝ Forman è stato uno dei volti della cosiddetta New Hollywood, la corrente che tra gli anni ’60 e i primi ’80 rivoluzionò il cinema statunitense. Il suo Qualcuno volò sul nido del cuculo (USA, 1975), tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey del 1962, cambiò radicalmente il modo in cui il cinema si rapportava alle patologie mentali e ai metodi disumani di contenzione applicati all’interno delle strutture psichiatriche. Il film riscuote subito un grande successo e vince ben cinque oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista a Jack Nicholson, Miglior attrice non protagonista a Louise Fletcher e Miglior sceneggiatura non originale scritta da Lawrence Hauben e Bo Goldman.

Nell’affrontare questioni all’epoca ancora poco indagate dal cinema e, in generale, dalla società, come la limitazione delle libertà personali nei casi patologici, la contenzione forzata e l’imposizione autoritaria di regole repressive, Forman si dimostra incredibilmente moderno. Il protagonista Randle McMurphy (Jack Nicholson), contraddistinto da un linguaggio scurrile, incarna l’insofferenza verso l’ordine precostituito, il quale è invece rappresentato dall’infermiera Ratched (Louise Fletcher) e raggiunge l’apice col duro autoritarismo applicato durante le sedute di terapia di gruppo. L’anticonformismo di McMurphy si realizza attraverso la sua condotta esuberante e ribelle, agli antipodi rispetto all’asettica freddezza dell’infermiera: l’episodio in cui il protagonista si impossessa di un autobus e fa credere a tutti i passeggeri che lui e il resto della sua comitiva siano un gruppo di medici può essere considerata la scena madre del film, che rende appieno il tratto goliardico della psicologia del personaggio. Ma non si tratta solo di una contrapposizione tra caratteri: il loro confronto serrato è un’evidente metafora che rimanda alla divergenza generazionale tra “padri e figli” esploso con i moti del ’68.

P4847-0140, 4/1/08, 2:17 PM, 16G, 5536×7856 (344+80), 100%, Custom, 1/80 s, R42.7, G27.0, B52.0

Grazie a Forman si è avviato un filone narrativo incentrato su personaggi affetti da disturbi psicologici e psichiatrici; una tendenza che negli ultimi anni ha preso piede anche in Italia. Attraverso gli stilemi della commedia divertente – senza scivolare in facili frivolezze – Si può fare (Giulio Manfredonia, Italia, 2008) riporta lo spettatore negli anni ’80, quando fu introdotta la Legge Basaglia (o Legge 180) per imporre la chiusura dei manicomi e regolamentare il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Nello (Claudio Bisio) è un operatore della Cooperativa 180, una delle tante sorte in quel periodo per accogliere i pazienti dimessi dai manicomi, e ha un obiettivo: impiegare i degenti in lavori concreti e attivi, coinvolgendoli in prima persona e dando un senso alle loro vite. Due anni dopo esce La pecora nera (Ascanio Celestini, Italia, 2010), che racconta la storia di Nicola (Giorgio Tirabassi), un paziente vissuto per 35 anni in un manicomio, attraversando lì dentro i meravigliosi anni ’60, i ribelli ’70 e i decadenti ’80, fino ai giorni nostri. Il film offre un punto di vista provocatorio sulle strutture psichiatriche: le dinamiche che governano il mondo esterno non sono poi così diverse.

I temi trattati da Forman sono ancora oggi spaventosamente all’ordine del giorno. Basta pensare ad alcuni fatti di cronaca degli ultimi anni: ad esempio il caso di Andrea Soldi, malato psichiatrico di 45 anni morto a Torino il 5 agosto 2015 per asfissia atipica, in seguito a un TSO non necessario. Sono ormai passati 44 anni dall’uscita di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma la frase che Jack Nicholson rivolge agli altri pazienti ha motivo di risuonare ancora oggi: “Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!”.

Rino Seu