Voto

7

Sebbene non sia mai riuscito in questi anni a compiere il salto di qualità profetizzato da Donald Glover (aka Childish Gambino) subito dopo l’uscita di Bad & Boujee, Quavo, Offset e Takeoff sono stati capaci di donare nuova credibilità a un long project che – alla luce delle scelte fatte in Culture III, si colloca tra i più significativi per l’influenza che avuto sul rap sedimentatosi così a cavallo tra gli anni Dieci e questi primi diciotto mesi dei nuovi anni Venti. Come gli Ying Yang Twins fecero a loro tempo, anche i Migos hanno saputo a modo loro riscrivere le regole del rap made in ATL, e lo hanno fatto in questi cinque anni che separano Culture (accreditato nel 2018 per la vittoria del Grammy come miglior album rap e battuto solamente da quel milestone che è Damn di Kendrick Lamar) e l’uscita di Culture III.

La conclusione della trilogia non rigetta del tutto gli errori del predecessore, risultando troppo lungo (Culture II è finito per essere una playlist monstre di 24 brani di cui la metà evitabili) ma ricalibra l’estremismo musicale dei Migos rendendolo nuovamente interessante e on point. Prendiamo in esempio Straightenin, uno dei brani più south del disco: i bpm di Dj Durel sono calibrati al centimetro sul ritornello di Quavo, ed è un piacere ascoltare Offset e Takeoff che si scambiano barre seguendo lo spartito del triplet flow che i Migos hanno reso celebre e fatto diventare materia di studio e approfondimento. Per quanto riguarda i feat, si alternano luci ed ombre: se le performance di Justin Bieber (What You See) e Drake (Having Our Way) risultano piatte e stereotipate, al contrario spiccano le apparizioni di Future in Picasso e quelle con Juice WRLD e Pop Smoke (cloud e malinconica la prima, sperimentale con l’incontro fra trap di stampo Migos e drill targato Brooklyn la seconda).

Matteo Squillace