MUBI è una cineteca online dove guardare, scoprire e parlare di cinema d’autore proveniente da tutto il mondo. La selezione dei titoli è affidata a una redazione di esperti del settore, che si occupano di costruire un vero e proprio percorso museale cinematografico attraverso mezzi diversi: i film, che possono essere in Cartellone o a noleggio, il Feed, che mostra cosa guardano gli altri utenti, il Notebook con notizie, interviste, reportage, approfondimenti; e ancora, la Comunità, ovvero il social di MUBI integrato a tutti gli altri, i Focus, gli Speciali e le Retrospettive. Ogni giorno viene proposto un nuovo film, che resta visibile per un mese e viene poi sostituito da un altro, in una rotazione continua. Dal 20 maggio 2020, MUBI ha introdotto la sezione Videoteca: una libreria di centinaia di titoli a completa disposizione di tutti gli utenti.

A unire come un filo rosso i film scelti per questo mese di giugno è la dialettica tra singolo e collettività, intesa come una relazione inscindibile e cruciale per comprendere appieno i fenomeni che hanno caratterizzato la storia del Novecento. Uniti da questo tema, i titoli che trovate qui sotto si differenziano però nel modo in cui viene declinato, secondo diversi generi e diversi modi di elaborare e mettere in scena la realtà.

Gay USA, Arthur J. Bressan Jr, USA, 1977

Continua la riscoperta di Arthur J. Bressan Jr, dopo il dolente Buddies (1985) – il primo film sull’AIDS girato in America. Questa volta con un documentario dal carattere frammentato ma estremamente rilevante in quanto lascito di un’era ormai scomparsa: Gay USA, film che deriva dal montaggio di centinaia Pride che presero luogo in tutti gli Stati Uniti nel 1977, filmate da differenti operatori e quindi eterogenee per soggetti e messa in scena. Questa dissonanza visiva garantisce la molteplicità dei punti di vista – spesso assente in prodotti simili – e la rappresentazione dei diversi gruppi di attivist che scendevano in piazza per rivendicare la propria identità. Il film restituisce così un’istantanea di un movimento che stava prendendo piede proprio in quel momento storico, conquistando ampi consensi specialmente tra i giovani e nei centri urbani.

Il sapore della ciliegia, Abbas Kiarostami, Iran, 1997

Parte di una retrospettiva sul cineasta iraniano abbas Kiarostami, Il sapore della ciliegia è, insieme a Close Up (1990), uno dei lavori più noti del regista, presentato da MUBI in un master recentemente restaurato. Previsto inizialmente per la Mostra del Cinema di Venezia, il film approdò invece al Festival di Cannes, dove vinse la Palma d’Oro insieme a un’altra opera che pone al centro l’individuo in tutta la sua complessità, il bellissimo quanto dimenticato film di Shōhei Imamura L’Anguilla. Nel film di Kiarostami, il protagonista, Badī, vuole porre fine alla propria vita e deve solo trovare qualcuno disposto a controllare che sia effettivamente morto. Il suo è un destino irrevocabile e impenetrabile per il pubblico, tenuto all’oscuro dei motivi che guidano l’azione narrativa, e permette al regista di sviluppare una riflessione sul significato del suicidio nella società iraniana, visto ancora oggi come un terribile tabù. La narrazione classica, basata sul dialogo e la costruzione dell’azione, viene sostituita in questo film dalla potenza delle immagini del viaggio compiuto dal protagonista, un vagabondaggio senza meta per le campagne che si trasforma in un percorso in cui l’individuo diventa consapevole dei problemi che lo affliggono grazie alla contemplazione e al silenzio.

Al diavolo la morte, Claire Dennis, Francia, 1990

Una delle costanti presenti fin dagli esordi nel cinema di Claire Denis è l’attenzione ai processi di decolonizzazione e di frammentazione dell’Impero francese con l’avvicinarsi del nuovo millennio. Nonostante tutte le colonie africane riuscirono a ottenere l’indipendenza politica, l’influenza economica e sociale della Francia non venne cancellata così facilmente, anche per via del processo di assimilazione culturale avviato fin dall’Ottocento. Al diavolo la morte mette in scena il nuovo rapporto che intercorre tra colonizzati e colonizzatori, prendendo un esame il microcosmo delle periferie urbane e in particolare il mondo spietato delle lotte clandestine tra galli, dove le dinamiche individuali e collettive che hanno caratterizzato l’occupazione coloniale francese si ripetono, seguendo nuove vie di sfruttamento. A questa nuova condizione, i protagonisti Jocelyn e Dah reagiscono in maniera completamente differente: uno preferisce soccombere alle regole di una società ingiusta verso i deboli, l’altro si ribella e ne affronta le conseguenze.

Meeting the Man: James Baldwin in Paris, Terence Dixon, Regno Unito, 1970

Meeting the Man: James Baldwin in Paris è un esempio da manuale su come non girare un documentario o un reportage. Sciatto registicamente, nonostante gli sforzi, appare maldestro nell’intento di intervistare Baldwin, sempre estremamente irritato dalle domande, indisposto dalle idee della troupe e soffocato dal tentativo (fallito) del regista di fargli dire ciò lui vorrebbe dicesse. Allora perché guardare un brutto film come questo? Basterebbe la sola presenza dello scrittore americano, ripreso nel periodo in cui era totalmente immerso nella controcultura parigina durante il suo esilio francese, alle prese con il processo di decolonizzazione che colpiva la Francia della Quinta Repubblica. Ma l’aspetto più interessante del film sono i continui contrasti – mai edulcorati – che caratterizzano il rapporto tra Baldwin e la troupe: appartenendo a due mondi completamente separati, non possono comprendersi; la troupe vuole legare il racconto di vita dello scrittore a simboli universali come la Bastiglia, mentre lo scrittore vuole semplicemente raccontare le difficoltà degli oppressi, non solo incompresi, ma proprio ignorati. L’essenza di Baldwin viene così catturata da Dixon non attraverso le false interviste in cui la risposta alle domande sembra già scritta, ma proprio in quelle sequenze in cui viene ripreso mentre discute liberamente, inconsapevole della macchina da presa.

La corazzata Potemkin, Sergei Eisenstein, Unione Sovietica, 1925

La corazzata Potemkin è entrato nell’immaginario nazionalpopolare grazie alla geniale parodia/decostruzione ne Il Secondo tragico Fantozzi di Salce, ma sono pochi ad averlo effettivamente visto. Film centrale per la propaganda dell’URRS – insieme a Ottobre, sempre di Eisenstein -, è passato alla storia per essere un’esemplificazione ideale del montaggio delle attrazioni che caratterizzerà la scuola del cinema russo. Con il suo ritmo indiavolato e le continue invenzioni visive, il film aveva come obiettivo quello di scuotere il pubblico dal torpore della sala, aprendogli gli occhi sull’importanza della rivoluzione e l’eroica resistenza del popolo di Odessa. Insieme a Lonesome (1928) di Pál Fejös, La corazzata Potemkin è uno dei massimi esempi di cinema muto degli anni Venti, decennio in cui l’espressività delle immagini sostituiva l’importanza del dialogo come strumento narrativo. Vale la pena vederlo anche per poter finalmente cogliere tutti i sottotesti e i riferimenti presenti in quella parodia di Fantozzi che ha lanciato il film nell’immaginario italiano.

Heat – La Sfida, Michael Mann, USA, 1995

Heat – La Sfida rappresenta la summa dell’esperienza artistica di Micheal Mann. Tutti gli elementi che non sono essenziali nella costruzioni narrativa vengono infatti ridotti all’osso, scegliendo di concentrarsi sullo scontro tra due personaggi archetipici che sfuggono dalla dualistica definizione del bene e del male tanto cara al genere poliziesco. Il primo atto di Heat si concentra sulla loro presentazione dei protagonisti: conosciamo le loro vite, i loro problemi e anche i loro progetti per il futuro, inseriti in una fitta rete di rapporti sociali che restituisce un microcosmo di comprimari con propri impulsi e obbiettivi.

Davide Rui