Arrivato alla quindicesima edizione, non ha bisogno di presentazioni. Diventato ormai il festival di riferimento delle nuove proposte musicali italiane, il MI AMI è atteso almeno tanto quanto la primavera quest’anno – che ha fatto una comparsata venerdì 24, giusto il tempo di dare il via alla promessa d’amore che il MI AMI rinnova ogni anno. Quattro palchi e tre giornate ricchissime di appuntamenti, tra birrette, amici, baci (e ombrelli!). Impossibile stare dietro a tutta la scaletta: più divertente spostarsi dinamici da un palco all’altro per ovviare alla mancanza del dono dell’ubiquità.

Chi voterai domenica? Il primo giorno di MI AMI

L’aria densa di musica fin dai primissimi live di apertura di Egokid e Clavdio lascia spazio a una piccola parentesi: il direttore artistico Carlo Pastore  annuncia l’arrivo della senatrice Emma Bonino sul palco Pertini. Un off topic indubbiamente inusuale per un festival: «Credo di essere stata e che voi mi viviate come un’amica, come una zia a volte persino un po’ severa o una sorella grande, una che dice “difendete i vostri diritti ma ricordatevi di avere dei doveri” […] la libertà e i diritti che avete non li prendete per scontati e se voi non li difendete, non difendete il vostro diritto ad amare […] Siate troppo! Continuate ad avere troppi sogni, troppe esigenze, troppe curiosità perché è giovane chi sogna, è giovane chi immagina il futuro». Una dichiarazione di eterna gioventù, un #amorvincitomnia diverso, una presa di posizione necessaria in un momento di spaventosa ignavia politica, dimostrando che il MI AMI è qualcosa di più di un posto in cui tirare le somme della scena musicale italiana. La senatrice viene salutata con applausi fortissimi e congeda tutti con un “scusatemi, io non li faccio i selfie, quelli li lascio a Salvini!”

Enrico Rassu

Il duo non milanese più meneghino di tutti va dritto al punto: i Coma Cose vogliono fare casino e farlo fare. Iniziano un live pieno zeppo di hit: uno dei main stage è tutto per loro e a mala pena si cammina. Quando partono con i mantra pop trascinanti di Jugoslavia il parterre intero inizia a saltare, cantando ogni pezzo senza tralasciare neanche una parola. Una gara tra il duo e la platea a chi è più carico, mentre i pezzi scivolano veloci uno dietro l’altro: Deserto, Cannibalismo, Beach Boys Distorti, French Fries, in un ping pong continuo tra i pezzi di Inverno Ticinese e di Hype Aura. I telefoni alzati in aria immancabilmente aperti sulla fotocamera di Instagram spariscono quasi del tutto e lasciano il posto agli accendini quando la Venere di rime, alza in aria il suo per fare luce a Pakistan.

Francesca Sara Cauli

Nel frattempo un’altra massiccia folla migra verso il palco della Collinetta, dove da lì a poco arriverà la leva indie-pop italiana, la quintessenza di Bomba Dischi. Per primo Giorgio Poi: un live acceso di colori sgargianti, con una grafica meravigliosamente pop, piena di tubetti di Vinavil e forbici rubate a Giovanni Muciaccia. Nessuna sovrastruttura, eppure c’è qualcosa di magico: il suo è un live composto, un po’ timido e molto intimo, che crea un’empatia tale da sentire un’irrefrenabile voglia di salire sul palco per abbracciarlo, dimenticando subito ogni errore. Pezzi di Fa Niente si alternano a quelli del nuovo disco, Smog: Ruga Fantasma, Acqua Minerale, Napoleone, Il tuo vestito, Solo per gioco, Maionese, Niente di Strano, Tubature e a conclusione del live, le attesissime Stella e Vinavil. Non sono mancati due colpi di scena: Calcutta che sbuca all’improvviso da un lato del palco su La Musica Italiana, per poi uscire di scena stringendo in un lungo abbraccio il suo amico. Poi Frah Quintale, che spunta su Missili a metà concerto, accompagnato da un’ovazione generale.

Linda Codognesi

Dopo sarà un po’ di Roma a salire sullo stesso palco. L’attesa del cambio palco viene ingannata da Minuetto di Mia Martini ad altissimo volume, che sembra comicamente tradurre in un coro il pensiero unanime di gran parte dell’impaziente pubblico femminile: “Sono tuaaaa, sono mille volte tuaaa”. Ed eccolo: Franco126, con la maglia della Love Gang e i suoi inseparabili occhiali da sole, era molto sul pezzo e forse pure un po’ sbronzo. Accendini in alto e luci spente per le ultime uscite di Stanza Singola – l’esordio solista di Franchino –, San Siro, Oi Oi, Fa Lo Stesso, Brioschi, Ieri l’altro, Nuvole di Drago, e poi a raffica gli ormai classiconi del malinconico indie-rap romano di Polaroid: da Solo Guai, a Sempre Insieme fino alla cantatissima Noccioline.

Enrico Rassu

Continuando con gli altri romanissimi ospiti di questa edizione, tripletta nel palco WeRoad con Pippo Sowlo, Tauro Boys e i Sxrrxwland, che fomentano la folla e la preparano alla chiusura rap in grande stile. L’attesissimo e inedito live di Massimo Pericolo ha inizio: pochi minuti bastano per fargli togliere la maglietta con richiami calcistici e cuori spezzati (che recita Fly Emodrill) e rimanere a petto nudo e orecchie da gatto in testa. Ma il look non deve ingannare: Massimo Pericolo soddisfa tutte le aspettative del pubblico con un live che passa in reassegna tutte le tracce del suo disco d’esordio Scialla Semper dal nome del processo che lo aveva condannato a due anni di galera.

Enrico Rassu

Quasi senza pause, è il turno di Speranza, il rapper italo-francese che ha invaso il web con i suoi singoli dai titoli discutibiliChiavt a Mammt e Sparalo!, ad esempio. Con lui sul palco una troupe di guaglioni che indossano passamontagna e giubbini antiproiettile, sparando con delle pistole qualche proiettile a salve: un assaggio della malavita casertana. A chiudere il programma del venerdì sul mainstage sale Ketama, che conclude la serata con la sua trap rassegnata e sbiascicata: voto 10. Dopo il duetto su Oh Madonna con Franchino, Ketama saluta tutti quasi sorpreso del fomento e del calore con cui il pubblico lo supporta. “Ve Amo, regà”.

Linda Codognesi

Hai portato l’ombrello? Il secondo giorno di MI AMI

Kway, ombrelli, stivali, mantelle, cappelli da pescatore e ponchi invadono l’Idroscalo di Milano: Il secondo giorno di MI AMI è una variegatissima sfilata di outfit frutto di elaborate tecniche per affrontare la pioggia senza perdere punti estetica. La line-up di oggi è forse la più ibrida delle tre giornate, unendo sotto la stessa pioggia fan di artisti che hanno ben poco in comune tra loro, ed è proprio questo eclettismo – o schizofrenia? – a rendere davvero magica l’atmosfera.

Per affrontare quella dolorosa fase di selezione che ogni festival necessariamente impone – a meno che non vogliate davvero correre da un palco all’altro ogni 10 minuti – ci siamo avventurati in un viaggio temporale, che dal passato punta dritto al futuro. Prima tappa, anni ’70, Millepunti. Il progetto solista di Eddi Basedi trasuda Seventies da tutti i pori: estetica, sound, attitude, riferimenti, influenze e mossette sul palco. Un live davvero divertente, fedele al mood scanzonato e giocoso del progetto, che era già emerso tanto dai video quanto dai brani. Seconda tappa, anni ’80, Dellacasa Maldive. Parole d’ordine: amore, Italia e sogni. Il progetto è nuovissimo, ma dietro ci sono musicisti che bazzicano l’ambiente da anni, e si sente. Ancora in fase di rodaggio e decisamente migliorabile live, Amore italiano fa ballare proprio tutti con i suo brani che sanno ben amalgamare sonorità vintage e pop più moderno.

Silvia Violante Rouge

Terza tappa: si balza diretti agli anni Duemila, ma con un piede ancora nei ’90. Mahmood è il grande nome della giornata, che raduna in collinetta una folla incredibile e regala un live pieno di carisma, coccolato dai cori di un pubblico che non si perde una sola parola. Ma la ciliegina sulla torta sono le sorprese sul palco, che mandano letteralmente tutti in fibrillazione: Guè Pequeno e Sfera Ebbasta si uniscono a Mahmood per un paio di featuring carichissimi. Neanche il tempo di riprendere quel filo di voce rimasto che irrompe sul palco la regina di Milano: MYSS KETA insieme al suo stuolo di ragazze che si dimenano sul palco con la solita arroganza sprezzante del collettivo. Beh, dobbiamo davvero dirvi quanto è stata una bomba? Quasi scontato quando si parla della MYSS.

Linda Codognesi

La quarta tappa non appartiene a questo tempo, né a questo spazio. È oltre. Stiamo parlando di Uccelli, il progetto elettronico sperimentale di Davide Panizza (Pop_X), Niccolò Di Gregorio e Gioacchino Turu. Il loro set è un’esperienza unica e irripetibile, un’esplosione sonora delirante e visual psichedelici in cui perdersi: i tre ci prendono tutti per mano e ci portano nel futuro, in uno spazio-tempo sonoro privo di coordinate. Dovete solo fidarvi di loro. Quinta e ultima tappa: si torna indietro insieme a Emmanuelle, con un dj set raffinato ed eclettico che ci fa rivivere un po’ tutte le emozioni della giornata, una sorta di recap di un viaggio temporale che non dimenticheremo molto facilmente.

Quando finisce la festa cosa rimane? L’ultimo giorno di MI AMI

Fra un “sei andato a votare?” e “hai portato l’ombrello?”, questo terzo (e ultimo) giorno di MI AMI inizia con un un pubblico diviso fra Birkenstock e stivali di gomma, indeciso se bere un po’ troppo anche questa sera o, con un piede già in ufficio, fermarsi alla prima birra. Mentre il cantante dei Malihini chiede al pubblico del palchetto Weroad “chi si è drogato questa sera?” e una persona sola alza la mano (eroe!), ombrello sotto braccio, una manciata di persone inizia a radunarsi sulla fangosissima collinetta. Se qualcuno inizia a chiedersi cosa rimane Quando Finisce La Festa, risponde Angelica, boccoli neri e pantaloni a zampa da figlioccia di Robert Plant, che ha intitolato così il suo brillante disco d’esordio. Di vagamente seventies non ha solo l’aspetto, ma anche una voce cazzutissima e la capacità di tenere il palco come pochi. Anche se le sue canzoni sono figlie di quel rock adulto che ha smesso di fare casino per cedere il passo a una vena decisamente introspettiva, la forza dell’esibizione di Angelica riesce a svegliare anche gli ascoltatori più impantanati nel torpore domenicale, per farli impantanare in modo assolutamente non metaforico, sguazzando felici nel fango della collinetta davanti a un live davvero ben calcolato.

Linda Codognesi

Dopo un bravissimo Giovanni Truppi, il risveglio dal torpore prosegue sul palco principale con Giorgio Canali: ascolto altamente consigliato a chi si chiede se il punk sia morto, che, fra un “ecco un’altra canzone di merda!”, una bestemmia e una testata al microfono (sì, una testata al microfono) non può più certo avere dubbi. Torniamo alla collinetta sotto una pioggia che si fa sentire per prendere parte a quella che inizia a sembrare una rievocazione storica della prima guerra mondiale. Sul palco però non c’è un coro alpino, ma una bravissima Any Other decisamente troppo penalizzata dalla fonica: nonostante il larsen che ha fatto da basso bordone a tutta l’esibizione (fonico, dov’eri?) Adele riesce a convincere il suo pubblico, che cerca di godersi le canzoni nonostante le difficoltà tecniche. Una menzione particolare al brano chitarra e voce, così intimo e intenso da far rabbrividire anche il feedback acustico.

Linda Codognesi

Poi tocca a Bugo, la vera sorpresa di questo giorno di festival: dopo una breve intro della band entra a gamba tesa, alternando alcuni brani inediti ai vecchi successi che tutti ricordiamo. I quattro outsider che s’è scelto come band suonano veramente da dio e si divertono quanto il pubblico: contesto ideale per Bugo, timida rockstar novarese che fra un brano e l’altro esce di scena per lasciare posto allo scoppiettante bassista, uno dei migliori musicisti di questo festival, nonché unica persona che è riuscita a sudare sul palco. La vena agrodolce dei suoi brani arriva in vetta con Animale, anteprima che Bugo ha deciso di regalare al pubblico del MI AMI: due coriste da Non è la Rai accompagnano il brano con tanto di coreografia e fanno cantare a tutti un brano che ancora non conoscono – ma “vi piace già, vero?”. Il fango non ci fa paura: in collinetta è il turno degli I Hate My Village, nuovo progetto di Adriano Viterbini e Alberto Ferrari dei Verdena, e tutti ballano sotto cassa, fazione Birkenstock compresa. Nonostante la natura assolutamente virtuosista del progetto, il gusto di Adriano (sicuramente uno dei migliori musicisti della scena), che ci prende per mano (e che mano!) per accompagnarci in un viaggio chitarristico che va da Albert King a Tom Morello passando per Ry Cooder, riesce a non annoiare, avverando il sogno di ogni chitarrista “smanettone”, ovvero un pubblico che balla in delirio su quello che fondamentalmente è un assolo di un’ora e mezza.

Enrico Rassu

La pioggia smette di battere giusto in tempo per non farvi fulminare l’Iphone, rigorosamente in aria per i vari “momenti accendino” del concerto di Luca Carboni, che, nonostante l’età, conferma il suo Fisico Bestiale. Chiude questa domenica umidiccia La Rappresentate di Lista, che sono indubbiamente i Modena City Ramblers del nuovo millennio: musica sociale fortemente condivisa dal loro pubblico, un piglio da concertone del Primo Maggio e una bravura tecnica da veri professionisti. Quando finisce la festa, cosa rimane? Qualche migliaia di impronte di piedi, che – calzassero uno stivale di gomma o un rischiosissimo sandaletto – hanno battuto all’unisono per ore sul fango della collinetta o sullo spiazzo di cemento di fronte al main stage, noncuranti della pioggia e dell’ufficio che li aspetta domattina. La magia del MI AMI

Valeria Bruzzi, Benedetta Pini, Francesco Sacco, Anna Laura Tiberini