Voto

7

Il primo pensiero che colpisce dopo i titoli di coda di Menocchio è quanto sia inquietante che la storia di un mugnaio condannato per eresia nel Cinquecento risulti ancora tanto vicina a noi spettatori del 2018.

Domenico Scandella (Marcello Martini), detto Menocchio, è un uomo come tanti, di cui non sono messe in evidenza particolari qualità se non l’attitudine a interrogarsi sulle cose. Ed è questo atteggiamento a sconvolgere gli inquisitori, convinti che sia stato qualcun altro a mettergli in testa le se idee sovversive. Sono abituati a tal punto ad accettare dogmi imposti “dall’alto” che non riescono a concepire l’esistenza di pensieri liberi e spontanei, nati semplicemente dalle proprie esperienze di ogni giorno. L’attenzione verso il quotidiano, verso quegli aspetti apparentemente piccoli e insignificanti dell’esistenza, viene curato con dolcezza dalla regia di Alberto Fasulo, che dà vita a un lavoro il valore emerge dalla concretezza e dalla materialità di ogni immagine.

Sono volti “veri” quelli degli attori non professionisti scelti da Fasulo: facce con le rughe, i denti storti e i nasi che colano quando piangono. Facce stanche, che sanno tanto ma dicono poco, studiate da vicino con primissimi piani che ne rivelano l’enorme sofferenza. Il punto di forza della pellicola è proprio la luce caravaggesca della fotografia, la cui forte drammaticità conferisce una sacralità pittorica alle figure, soprattutto nel loro relazionarsi con il mondo naturale. Così, il parto e l’uccisione della mucca di Menocchio sono lasciati incensurati e assumono una connotazione rituale che rimanda alle idee del mugnaio sulla presenza del divino in ogni cosa.

La sceneggiatura si allenta quando affretta le domande degli inquisitori per cavare letteralmente di bocca a Menocchio le sue convinzioni, ma l’interpretazione di Martini assicura alle dichiarazioni del personaggio una notevole incisività, sempre consapevole della forza delle parole e abile a gestire i lunghi, necessari silenzi. 

Clara Sutton

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