Voto

9

Negli ultimi giorni il nome di Bong Joon-ho è finalmente diventato noto a tutto il mondo (con soli 17 anni di ritardo…) in seguito all’inaspettata vittoria di ben quattro premi Oscar per il suo ultimo lungometraggio, Parasite. Cercando di lasciarsi alle spalle un passato fatta di oppressione e censure, il cinema coreano ha avviato un processo di sdoganamento iniziato negli anni ’80 che sta progressivamente allentando le maglie del controllo governativo sulla circolazione dei prodotti culturali, permettendo una maggiore diffusione nel Paese di opere provenienti da tutto il mondo e, viceversa, la distribuzione delle opere nazionali a livello globale, incentivando gli scambi reciproci di influenze. Tra il 1996 e il 2003, infatti, il cinema della Corea del Sud ha visto un’esplosione creativa senza precedenti che ha sfornato opere sperimentali e d’avanguardia, mentre il più recente Nuovo Cinema Coreano vede affermarsi autori che rileggono gli stilemi classici dei generi hollywoodiani (Park Chan Wook, Kim Ji-woon e ovviamente Bong Joon-ho) o che si avvicinano allo stile europeo (Hong Sang-soo) di Éric Rohmer, dando nuova linfa a modelli ormai morenti.

Quello che colpisce subito di Memorie di un assassino è la coesistenza di due aspetti apparentemente agli antipodi: l’imitazione degli artificiosi modelli americani (Il silenzio degli innocenti, Seven) e la ricerca del naturalismo, che trasporta l’azione nella campagna di un paese talmente arretrato da non possedere neanche gli strumenti basilari per un’indagine poliziesca. Il film descrive con molte libertà la vera storia di un omicida seriale attivo fra il 1986 e il 1991 nell’area di Hwaseong, incentrandosi sulle disperate ricerche del killer da parte della polizia, che non risolsero mai il caso.

Per Bong Joon-ho questa vicenda non è che un pretesto per raccontare il contrasto fra due realtà opposte: il mondo del passato, ancorato all’attività contadina e ai piccoli villaggi, e la modernità delle grandi città e delle fabbriche. Un contrasto sociale trasposto nello scontro tra i personaggi Park Du-man, un poliziotto di campagna dai metodi discutibili, e Seo Tae-yun, un uomo proveniente da Seul che guarda ai metodi scientifici delle indagini americane. Ma anche a livello di regia, che alterna sequenze ambientate in villaggi silenziosi e sospesi nel tempo a scene di grandi raffinerie o cave brulicanti di operai. L’indagine diviene allora una scusa per mostrare il processo lento e doloroso di riconciliazione del popolo coreano, diviso dai recenti eventi sanguinosi.

In comune con il thriller classico americano, Memorie di un assassino insiste sulle dinamiche dello sguardo, mostrando agli spettatori-voyeur anche le vicende più torbide. Se in Seven (David Fincher, USA, 1995) mostrare i delitti dell’omicida era un modo per incrementare l’interesse del pubblico nei confronti dell’indagine, in Memorie di un assassino l’atto di guardare vuole concentrare l’attenzione sui personaggi, che vengono sviscerati in tutta la loro pochezza. Anche le sequenze che mettono in primo piano i corpi delle vittime hanno un ruolo puramente funzionale alla narrazione; una scelta che esprime il rispetto del regista nei confronti delle vittime e delle loro famiglie. Un pensiero che si riflette anche nella sceneggiatura, dove i personaggi sono descritti come tremendamente umani, con tutte le loro debolezze, e senza la dicotomia manichea dell’immaginario spettacolare americano.

Davide Rui