Voto

8

Dopo aver scritto alcune delle pagine più belle della musica indipendente negli ultimi vent’anni, Matt Berninger sentiva l’urgenza di esplorare se stesso lontano dai The National, e l’ascolto di Serpentine Prison rivela che mai decisione fu più giusta.

In poco più di quaranta minuti e affidandosi alla produzione di Booker T. Jones, Berninger fa un viaggio introspettivo alla ricerca delle zone più intime e nascoste dell’anima, con liriche di straordinaria e bellezza e una voce da crooner decadente, calda, familiare e pronta a cullare l’ascoltatore. L’influenza dei maestri Leonard Cohen e Nick Cave sembra aiutare l’autore nei momenti in cui viene a patti con il dolore e l’anima più riflessiva, One More Second e Loved So Little sono due esempi in questa visione; se lo straordinario uso di archi e ottoni riesce ad essere centratissimo senza ingombrare il tappeto musicale, chitarre e piano disegnano la traiettoria dell’album in maniera chiara e brillante, donando un effetto cinematografico ad ognuna delle dieci tracce, che scorrono in maniera rilassata, senza prevaricarsi a vicenda.

La chiusura di Serpentine Prison, che nasce con la sola chitarra ad accompagnare la voce e piano piano si apre alle incursioni di fiati e organi, è l’apogeo di un album che non solo mette in secondo piano le ultime prove sottotono dei The National, ma consacra il talento di Berninger che mai come in questo caso ci porta alla scoperta del suo io più nascosto.

Gabriel Carlevale