Voto

9

Tre anni di silenzio. Inferno, purgatorio e infine, il paradiso. Per Marracash sembra essere un processo ricorrente con il quale chi vive di musica deve fare necessariamente i conti, come affermato dallo stesso artista nelle tante interviste e articoli usciti a corollario del lancio di Persona, il suo nuovo disco. Dentro ci sono Ingmar Bergman, pezzi che funzionano all’unisono come parti del corpo che interagiscono tra loro e un fil rouge che lega tutto insieme: la dicotomia che unisce Fabio e Marra, che divide Popolare da “Sono sfuggito alla casba/Tu ti sei vestito da hashtag”. Distanze che solo uno con lo status e la materia grigia di Marracash sarebbe riuscito ad annullare.

Abituati al bilanciamento millimetrico dei suoi lavori precedenti, anche Persona non differisce da questo concetto: da una parte per quello che riguarda la produzione, di cui se n’è interamente occupato Marz, dall’altra i featuring, che riempiono per metà l’album e ne ampliano gli orizzonti per chilometri, riuscendo persino a dividere i fan, come accade con Supreme, dove Marra rivolta il beat sul ritornello di tha Supreme insieme alla strofa di Sfera Ebbasta.

E poi c’è il Marra solista, quello che probabilmente tutti aspettavano al varco, lo stesso che però non ha tradito le attese e che doveva dimostrare qualcosa solo a se stesso e non agli altri: dal rap arrogante e granitico di Body Parts (“Canto bene quasi come faccio rap/Come se ci fosse Marracash featuring Marracash”) al soliloquio tremendo e inebriante di Tutto questo niente che ci ricorda che il successo – che in un’epoca concentrata su numeri gonfiati e che porta a spogliarsi delle cose che contano veramente nella vita – alla fine dei conti è solo il punto di vista di chi lo sta vivendo.

Matteo Squillace