Si dice che un uomo nella sua vita ama di vero amore non più di tre volte. Quella di Mario Soldati, scomparso 18 anni fa, è una storia d’amore a tre facce. Il suo primo amore è quello per la letteratura, cui successivamente si aggiungono il cinema – vissuto come sceneggiatore, aiuto regista e infine regista – e la televisione. Soldati viene infatti ricordato per aver creato nel 1956 Alla ricerca dei cibi genuini – Viaggio nella valle del Po (RAI), un programma che unisce il reportage giornalistico al racconto del territorio e dei suoi prodotti (antesignano di Linea Verde); una trasmissione che si trasforma in un piccolo evento per le comunità toccate dalla carovana della troupe di Soldati.

A rendere unitario il percorso di Soldati attraverso i linguaggi della narrazione è il filo rosso della letteratura, che lo scrittore usa per dare sapore ai propri reportage televisivi, e diviene la base di diversi film da lui diretti come Piccolo mondo antico (1941) e Malombra (1942), entrambi tratti dagli omonimi romanzi di Antonio Fogazzaro. Ma a volte accade che il percorso di Soldati segua anche un percorso inverso, dal cinema e dalla tv alla letteratura, come testimoniano i personaggi dei suoi racconti, direttamente ispirati a figure tratte dal mondo del cinema, quali Fellini e Sordi, oppure dagli ambienti televisivi frequentati dall’autore.

All’interno di questi scritti spiccano i cosiddetti “Racconti del vecchio regista” contenuti nella raccolta 44 novelle per l’estate (1979) e ripresi nei suoi lavori successivi. L’impianto delle novelle è sempre lo stesso: introdotti dalle parole di un giovane intervistatore, i racconti ripercorrono i ricordi di un vecchio regista che ritorna con la memoria ai suoi primi anni nel mondo del cinema, in particolare a quei momenti indimenticabili in cui ha incontrato donne misteriose e bellissime, ognuna delle quali ha lasciato un segno nei suoi ricordi. Tutti i racconti sono infatti storie d’amore in cui il cinema si sposta sullo sfondo per lasciare spazio a complicati rituali di corteggiamento: piccole frasi, gesti e segnali apparentemente casuali che nascondono (o forse no) significati ben più profondi.

Le novelle sono dominate dall’ambiguità tipica della scrittura di Soldati, il quale compare nei propri racconti come uno dei personaggi e fornisce uno sguardo sempre parziale sulla storia, che si traduce in un impianto fantastico e a tratti gotico, come nelle novelle della raccolta Storie di spettri (1962). Soldati risulta così costantemente diviso tra desiderio e rimorsi di coscienza, tra sensualità e dettami della rigidissima educazione cattolica ricevuta, polarità che non trovano conciliazione e producono gli incubi, i sogni e i fantasmi delle sue storie. Lo stesso accade per le storie d’amore del “vecchio regista”, in cui il filtro della memoria non è pacificatore, ma costituisce un ulteriore ostacolo a una ricostruzione veritiera dei fatti: al racconto si sovrappongono dubbi, incertezze e difficoltà interpretative che rendono enigmatici nonché affascinanti i personaggi femminili, le cui reali intenzioni sono sempre ambigue, aumentandone il fascino sensuale.

Ma che cosa c’entra tutto questo cosa con il cinema? Se si guarda al cinema come a una forma d’arte e un linguaggio codificato, Soldati sembra dimostrare che le regole del cinema non sono altro che un piccolo argine all’imprevedibilità del mondo e a una realtà che continuamente sfugge. Ed è proprio da questi limiti, da questa ambiguità che nasce il fascino del cinema, fatto di immagini che non svelano verità ma si offrono allo sguardo nella loro molteplicità di interpretazioni.

Francesco Cirica