Mario Monicelli non fu solo un regista, ma anche un maestro del cinema e di vita: “Chi ride ruba alla morte”, diceva sempre con quell’aria da eterno incompreso. Nato a Viareggio nel 1915 da una famiglia benestante (figlio di un giornalista e drammaturgo), il giovane Mario ebbe fin da subito una forte predisposizione per tutto ciò che riguarda le scienze umanistiche (fu studente di Storia e Filosofia all’università di Pisa), e fin dai suoi primi film traspose questa vocazione su pellicola. A soli vent’anni partecipò alla sua prima Mostra del Cinema di Venezia con il film I ragazzi della Via Paal (Italia, 1935), un film a basso budget ben accolto da critica e pubblico che si aggiudicò un premio minore.

Ma sarà la collaborazione con Stefano Vanzina, in arte “Steno”, a decretare la fortuna di Mario Monicelli. L’incontro con il regista romano fu per Monicelli come un colpo di fulmine: i due entrarono subito in sintonia e diressero a quattro mani una serie di film che rappresentano ancora oggi i manifesti della  commedia all’italiana, uno su tutti fu Guardie e ladri (Steno, Monicelli, Italia 1951). La pellicola rappresentò uno dei primi esempi di un progressivo passaggio dagli stilemi neorealistici propri degli anni ‘50 a quelli caratteristici della commedia all’italiana, contornando l’analisi delle problematiche sociali del tempo con un forte spirito satirico. Questa volontà di non allontanarsi completamente dalla scia neorealista e di conferirle un tocco nuovo fu la fortuna di Monicelli, che insieme ad attori del calibro di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Nino Manfredi e Ugo Tognazzi scoprì un nuovo modo di affrontare le problematiche dell’epoca. Monicelli creava film d’autore senza al contempo trascurare il botteghino, raggiungendo vette altissime in entrambe le direzioni.

In questo senso I soliti ignoti (Italia, 1958) è un canto dei miserabili, che si aggrappano all’idea del furto come ultima risorsa dell’arte di arrangiarsi, come unico modo di esistere nella società senza “abbassarsi” a lavorare. La padronanza con cui Monicelli rappresentò una Roma ben distante da quella che pochi anni più tardi sarebbe diventata protagonista del capolavoro di Fellini La dolce vita (Italia, 1960) e la capacità di divertire il pubblico raccontando una storia tragica furono abilità senza precedenti.

Nella filmografia del cineasta di Viareggio la commistione tra tragico e comico fu sempre una componente naturale delle sue pellicole. La grande guerra (Italia, 1959) fu l’apice di questa poetica e rese immortale la fama di Monicelli. La drammaticità della guerra viene qui descritta a 360 gradi, con tutte le sue contraddizioni: l’onore coesiste con la paura, la follia con la vigliaccheria, la vita con la morte; mentre i sentimenti si impastano ai dialetti dei soldati unificando le loro esistenze in una coralità commovente. Incredibile lo stile registico di Monicelli, in grado di equilibrare gli ampi movimenti sulle masse con l’intensità dei primi piani dei protagonisti, entrando in empatia con ognuno di loro.

Minato da un cancro in fase terminale, la sera del 29 novembre 2010, Monicelli decide di togliersi la vita a all’età di 95 anni gettandosi dalla finestra della stanza dell’ospedale in cui era ricoverato. Diceva di essere un amante dei finali netti e rapidi, in quanto privi di equivoci: con la sua morte ha confermato questa convinzione. Dopotutto, “Solo gli stronzi muoiono”.

Mattia Migliarino