Voto

7

A quanto pare basta una regista donna e due forti protagoniste femminili perché un film sia considerato “femminista”, nell’accezione più sbrigativa e superficiale del termine. Ed è con questo spirito che è stato accolto dai più Maria Regina di Scozia di Josie Rourke, un ritratto al femminile della sovrana di Scozia e della lunga contesa che l’ha legata a Elisabetta I d’Inghilterra. Ma che cosa significa definire “femminista” il film di Rourke? Perché tratta di due donne sole in un mondo di uomini? Per l’esplicita messa in scena del piacere femminile? O forse perché osa perfino alludere al ciclo mestruale – in una scena che ha destato tanto scandalo pur trattandosi di un rapido passaggio di camera su dell’acqua sporca? Quella di Maria Stuarda e Elisabetta è la Storia scritta dalle donne ed è una storia di donne, come in passato – seppur con le dovute differenze – erano Katharine Hepburn (Maria di Scozia, John Ford, 1936) o Vanessa Redgrave (Maria Stuarda, Regina di Scozia, Charles Jarrott, 1971) a dare volti e fattezze alla sovrana.

Saorise Ronan è strepitosa nel ruolo della Stuarda, intensa, appassionata e bellissima, ma altrettanto lo è Margot Robbie che regala un ritratto della monarca inglese piuttosto insolito (si pensi all’austera integrità del personaggio di Cate Blanchett nei film di Shekhar Kapur), dolente, fragile e messa in crisi dal peso della corona. I loro personaggi sono opposti e complementari: l’una agogna la corona e porta i grembo l’erede al trono, l’altra ha la corona ma non ha successione; l’una danza, canta e stringe un matrimonio dopo l’altro, l’altra annulla se stessa e la propria femminilità in nome dell’Inghilterra. Un parallelismo che procede per tutto il corso del film attraverso montaggi alternati ripetuti e di grande impatto visivo e che condanna le due sovrane ad un comune destino di sofferenza e distruzione. Le loro chiome rosse e bellissime si stagliano sul coro di personaggi che le circonda sullo sfondo di una corte inneggiante alla diversità etnica a cui perdoniamo di buon grado l’improbabile fedeltà storica, in nome di un allargamento di sguardo e orizzonti.

Giorgia Maestri