Voto

7

Valérie Donzelli traccia un asse 1971 – 2015 (2016 per noi italiani) con la scelta di riscrivere insieme a Jérémie Elkaimuna una sceneggiatura mai diventata film nelle mani di Truffaut. 

I forti debiti della regia nei confronti di Wes Anderson, Sofia Coppola e Truffaut stesso hanno il paradossale effetto di sottolineare l’inadeguatezza della Donzelli nei confronti dei suoi stessi modelli: la regia si abbandona alla visione fine a se stessa e al melodramma barocco, perdendo il controllo sulla materia formale, che osa senza eleganza e straborda in una presunzione poetica che ricorda l’ultimo Tornatore de La corrispondenza.

La raffinatezza che manca alla regia è però compensata dal taglio con cui viene presentato il tema dell’incesto: la Donzelli sembra rifuggire un giudizio morale e quasi approvare un sentimento tragicamente impossibile, tanto dignitoso quanto ogni altro amore privato violentemente di un futuro; e lo spettatore non può che venire catturato da questo atteggiamento pop e malinconico nei confronti della vicenda. Ma la regista va oltre e riesce addirittura a modernizzare una storia scritta nel 1971 e ambientata nell’800, collocando così il racconto nella dimensione atemporale della fiaba, forse unica chiave di lettura che possa rendere accettabile un film altrimenti troppo imperfetto.

Benedetta Pini