Tra la passione per la cucina, una laurea in tromba jazz e l’amore viscerale per la sua terra, Marco Castello è riuscito a condensare la sua personalità artistica nell’album che mancava alla musica italiana. Esordio solista dopo anni di musica e tour internazionali con Erlend Øye e La Comitiva, Contenta Tu, uscito a febbraio per 42 Records e Bubbles Records -etichetta di Marcin Oz e Øye -, è un microcosmo di episodi e aneddoti coloratissimi, in cui prendono forma storie quotidiane raccontate con delicatezza e realismo quasi sfacciati, plasmate dagli arrangiamenti registrati con Leonardo Varsalona (tastiere) e Lorenzo Pisoni (basso) al Butterama Recording Center di Berlino. Così abbiamo chiesto a Castello di parlarci direttamente lui del suo lavoro, Siracusa, del perché la musica suonata è il vero futuro e di quanto sia importante l’identità culturale, soprattutto oggi.

Finalmente è uscito Contenta tu. Quali sono le principali influenze musicali che hanno ispirato la scrittura di questo album?
Tanti risalgono al 2015/2016, gli anni in cui ho scoperto una valanga di progetti davvero interessanti: Mac DeMarco, Hiatus Kaiyote, Robert Glasper, Mild High Club, Vulfpeck e tanti altri, oltre ad alcune perle anni Settanta, come Enzo Carella, Piero Umiliani, Piero Piccioni. E poi i miei ascolti d’infanzia – Battisti, Dalla, De Gregori e così via. Credo che il miscuglio di tutte queste influenze abbia costituito il filtro attraverso il cui le mie canzoni hanno preso vita. Con Lorenzo e Leonardo condivido una grossa fetta di riferimenti e tanti brani sono nati anche dalle loro idee, che sono sempre state affini alle direzioni del progetto. È anche grazie a loro che il disco ha assunto questa forma, oltre al fatto che abbiamo avuto l’opportunità di usare dei leggendari strumenti anni Settanta, che ci hanno permesso di concretizzare le nostre idee in suoni, senza soltanto emularne le caratteristiche con dei plugin digitali. C’era un Wurlitzer, un Rhodes, uno Yamaha CP-80… è stato davvero bellissimo.

Che cosa ha avuto di speciale quella sessione di registrazione a Berlino?
Innanzitutto credevamo di non avere abbastanza tempo per registrare tutti i pezzi, anche perché non li avevamo davvero provati prima. Così, a novembre 2018, siamo arrivati in studio piuttosto scettici, sembrava un’impresa più grande di noi. Alla fine, invece, ci siamo portati a casa il disco, e grazie all’aiuto di Marcin Oz abbiamo chiuso l’arrangiamento di Cicciona e Dopamina qualche mese dopo. Anche Erlend Øye è stato molto influente sulla produzione del disco, seppur indirettamente. Quello che più mi ha dato è stato proprio un’idea estetica di interplay: non rincorrere l’assolo o il virtuosismo, ma apprezzare i cantati delicati, suoni magici e mai casuali.

A proposito di virtuosismi, in quella sede, oltre alle voci, hai suonato chitarra e batteria. So però che hai anche studiato tromba jazz per anni a Milano: come vivi questa dimensione polistrumentale?
La tromba è l’unico strumento che ho studiato, anche se adesso la sto a malincuore lasciando da parte: nel suonarla non ho mai provato il piacere che invece provo con la chitarra o la batteria, pur senza averli mai approfonditi tecnicamente. Negli anni in cui studiavo alla Civica, suonare la tromba mi provocava quasi imbarazzo, e ho solo stretto i denti fino alla laurea. Riguardo alla “polistrumentalità”, penso che oggi sia solo un valore aggiunto; credo sia naturale, per chi scrive musica, “buttare” le mani su altri strumenti: ad esempio Piso, per quanto bassista strepitoso, ha suonato anche alcune tra le più belle linee di chitarra del disco.

Secondo te, in che modo si può proporre musica contemporanea che abbia riferimenti nel passato senza scadere in una insipida deriva rétro?
Sono convinto che se una cosa ti piace, te ne dovresti fregare del periodo storico in cui è stata creata. Io non so usare il computer per fare musica e quindi nemmeno aggiungere post-produzioni che non siano realmente suonate, e l’ultima volta che il pop è stato prodotto così credo fosse negli anni Ottanta. Se si vuole fare qualcosa di interamente suonato, è inevitabile che i riferimenti vengano attinti da quelle decadi, perché da allora in avanti gli strumenti sono cambiati, e di conseguenza anche le sonorità. Ricordo che Andrea Laszlo De Simone una volta mi ha detto che a lui piace continuare a scoprire l’acqua calda: secondo me è un pensiero bellissimo, perché se qualcosa ti piace, diventa in qualche modo fuori dal tempo. In questo periodo, poi, credo che suonare uno strumento sia qualcosa di cui le persone hanno estremamente bisogno, anche guardando al mercato pop contemporaneo. L’attualità, più che nei suoni, provo a crearla nei testi.

Non è facile proporre qualcosa di davvero unico all’interno dell’indie italiano. Cosa ti ha spinto a scegliere di cantare in questa lingua?
Il primo motivo è che, anche se non ce ne accorgiamo, la nostra pronuncia suona strana e artificiosa alle orecchie dei madrelingua. Inoltre, è già difficile comunicare un messaggio senza essere didascalico o banale, anche nella tua lingua madre, figuriamoci in un’altra. Osservando il mondo globalizzato in cui viviamo, mi sembra che sia tutto percepito come una “Grande America”, e si finisce con l’annullare le specificità culturali dei singoli luoghi. È stato poi l’ascolto di Totale di Colapesce che mi ha portato a scegliere di scrivere in italiano, come anche Giorgio Poi, Tutti Fenomeni, Lucio Corsi; sarebbe bello se nascesse una nuova wave della musica italiana. Magari un giorno proverò a buttarmi sull’inglese, ma al momento la nostra tradizione musicale, passata e presente, è il contesto in cui vorrei collocarmi. Credo che se hai qualcosa da dire, l’obiettivo è di farlo arrivare a più persone possibili, non rimanere in una nicchia.

Il potere delle immagini nei tuoi testi sembra giocarsi sull’effetto grottesco di accostamenti insoliti. Come scorgi la poetica delle piccole nella vita di tutti i giorni?
Per me si tratta di parlare del vero, di cantare con lo stesso linguaggio che uso ogni giorno, anche con le parolacce. Se vuoi descrivere una fotografia in modo onesto, non puoi omettere le merde di cane per terra, i palazzi abusivi o la spazzatura. Il brutto è una componente essenziale affinché la realtà possa essere descritta. Il fatto che nessuno ne parli non significa che non esistano, anzi proprio perché non trovano spazio nell’arte significa che sono ancora dei tabù. Mi piace trovare poesia in cose che di poetico hanno ben poco. La bellezza sta nella verità di quello che racconti. Il linguaggio ostentatamente ottimista e positivo è artificioso, completamente lontano da come parlano realmente le persone, mi sembra uno sforzo lirico inutile. A volte mi dico: ma chi la direbbe mai “sta frase, nella vita vera?”.

Glauco Canalis

Il mondo che racconti nelle canzoni pare disegnato, animato da vicende coloratissime. I video dei singoli Torpi e Dopamina si fruiscono quasi come fumetti: c’entra qualcosa la tua passione per il disegno?
Anche quando disegno cerco di inserire elementi che nessuno si sognerebbe di disegnare, ma che esistono. Sicuramente ragiono per immagini, e quindi l’analogia col disegno c’è: disegni e canzoni per me attraversano lo stesso processo, anche se le idee per il video sono arrivate soltanto dopo i testi.

Sullo sfondo della tua musica c’è una Siracusa dipinta come la sede di contraddizioni, bellezza storica ed ecomostri. Le vicende, sempre semplici e umane, prendono la forma di una sorta di “commedia siracusana”…
Esiste davvero questa commedia! Siracusa è una città piccola, appena succede qualcosa tutti lo sanno e non puoi scappare! Il “curtigghiu”, il pettegolezzo in siciliano, è uno dei massimi divertimenti della gente da sempre, e li trovo affascinanti perché spesso queste vicende provinciali diventano universali. Il dilemma è che per me Siracusa è vicinissima a essere un paradiso in Terra, ma finisce per ridursi a una cartolina turistica, a Miami Beach, si gonfia il petto e prova a tutti i costi a sembrare qualcosa che non è: sceglie di apparire in TV per sentirsi importante, punta su grandi attività e porti commerciali, compie scempi culturali come cementare i fondali dove giacciono i triremi delle guerre puniche ateniesi. La città è stata al centro della storia e della bellezza, ma questo sembra non interessare a nessuno. Basterebbe apprezzare e valorizzare quello che di bello davvero c’è, invece sembra che in questa città più si è cattivi e più rispetto si ottiene. Secondo me questo è sintomo di una degenerazione gravissima. Pensando più in grande, è ancora il discorso della “Grande America”: il rischio più grosso di un mondo globalizzato è la perdita della propria identità culturale, non sapere più davvero chi sei né da dove vieni.

È per questo che Addiu è in siciliano?
Sì, Addiu è una canzone tradizionale siciliana registrata negli anni Cinquanta dall’etnomusicologo Antonino Uccello, che ha attinto da quelle comunità di persone che portavano avanti lo stesso stile di vita degli avi. Ascoltando quelle registrazioni ho riconosciuto anche una ninnananna che mi cantava mio padre quand’ero bambino, la stessa che cantava a lui mia nonna e probabilmente così a ritroso lungo tutto il mio albero genealogico fino a chissà quando. Anche con questa canzone ho fatto la stessa operazione di arrangiamento, e sarà una bonus track nella versione vinile dell’album.

Nelle canzoni c’è anche la cucina tradizionale siciliana, specialmente in Cicciona, sembra quasi di annusare profumi da finestre lasciate aperte…
Nella mia mente immagino le storie che quei profumi e quelle finestre portano con sé: chissà se quella persona sta cucinando per chi ama, o se è stata una giornata lunga al lavoro e non vedevano l’ora di cenare con qualcosa di buono. Il cibo per me è una parte importantissima del paesaggio e della vita.

Domani cuciniamo cose ciccione”: qual è il tuo piatto preferito?
Da mangiare o da cucinare? Anche se per me spesso le due cose coincidono. Nell’ultimo periodo direi la Moussaka, una sorta di parmigiana ancora più ricca che paradossalmente nemmeno è italiana.

Cosa fai quando non ha in mano gli strumenti?
Assolutamente niente! A volte passerei la giornata disteso a non fare nulla, anche se non riesco a stare fermo per molto. Il fatto di prendere gli strumenti, la matita o un cucchiaio di legno ai fornelli è legato alla mia urgenza creativa. Insomma, se non suono cucino, se non cucino mangio, qualche volta leggo: mi piacciono le attività manuali. Questa attitudine mi ha salvato durante il lockdown: dover trovare ogni giorno qualcosa da fare per non impazzire mi ha proiettato in una sorta di Decameron 2.0.

Non vediamo l’ora di ascoltare il tuo album dal vivo. Cosa ti aspetti dal 2021?
Per adesso, incrocio le dita perché si possa organizzare qualche evento, anche in piccolo, con un pubblico con cui interagire. È ciò che mi manca di più in questo momento. Per il resto, sto già pensando al prossimo disco, anche perché Contenta Tu ha avuto una gestazione molto lunga. Ho la mente fresca e sono elettrizzato all’idea di tornare a scrivere.

Riccardo Colombo