Voto

7.5

Vincitore della Sezione Orizzonti a Venezia75, Manta Ray è l’opera prima del regista tahilandese Putthiphong Aroonpheng, classe 1976, studente di arti visive prima a Bangkok e poi a New York. Il suo esordio si sviluppa infatti come un’opera multimediale, segnata dalla commistione di diverse arti: come un’opera astratta, il film è segnato da una visione onirica e magica che riflette sulla condizione dei Rohingya, un popolo di rifugiati costretti a scappare dalla Birmania per via delle violente persecuzioni nei loro confronti: Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, sono una delle minoranze più perseguitate nel mondo.

Con una sceneggiatura di sole trenta pagine, il regista racconta una storia ambientata in un villaggio costiero della Birmania: un giovane pescatore dai capelli biondi ossigenati (Wanlop Rungkamjad) si imbatte in un uomo ferito privo di sensi (Aphisit Hama) e decide di prestargli immediatamente soccorso, portandolo al sicuro in casa propria. Lo sconosciuto non proferisce parola, forse è muto, o forse è troppo scosso. Così il pescatore gli assegna il nome di una pop star tailandese, Thongchai, e tra i due si instaura piano piano un forte legame, finché una mattina il pescatore scomparirà in mare. Ma si tratta davvero di una scomparsa? O è solo il preludio di un ritorno inaspettato? Manta Ray assume i toni del noir, inquieto e disturbante

Ad accomunare i protagonisti, il pescatore thailandese e lo straniero muto senza nome, è la solitudine: dopo che il profugo ha perso tutto e il pescatore è stato abbandonato dalla moglie, i due iniziano a vivere insieme immersi nel silenzio di una flora spettrale, in cui la cura del corpo e dell’anima dell’altro riempie il vuoto che ognuno sente nella propria anima, finché non si abbandonano completamente l’uno all’altro, instaurando un’intesa profonda. Quando il pescatore scompare in mare, il profugo rimane solo nella casa che hanno diviso e con naturalezza prendere possesso della vita dell’altro, spazio dopo spazio, oggetto dopo oggetto. È un processo di sostituzione e rinascita da zero, senza passato né futuro. Thongchai vivrà nella sua casa, prenderà il suo posto di lavoro al porto, sedurrà la moglie tornata a casa, si tingerà i capelli dello stesso colore. 

Al centro, una posizione etica complessa, quella del profugo, che il regista racconta senza schierarsi, lasciando allo spettatore la libertà di decidere che cosa significhi entrare in contatto con l’Altro, che cosa comporti l’incontro con lo straniero, sia per chi accoglie che per chi arriva, sia nel mondo occidentale che in quello orientale. La portata neutrale e universale del film si manifesta nella scelta di non far parlare Thongchai; un mutismo che si fa metafora di un popolo, quello Rohingya, la cui voce viene soffocata da decenni: togliere la parola a un popolo significa cancellarlo dalla storia e privarlo della propria identità. 

Il linguaggio del giovane regista è quello della poesia, che lavora per sottrazioni, costruisce impercettibili snodi narrativi e affida tanto alla comunicazione non verbale della colonna sonora: per farlo si è infatti affidato a Snowdrops, un gruppo di Strasburgo che suona con l’Ondes Martenot, uno strumento desueto inventato nel 1928 da Maurice Martenot. Il risultato è un film visivamente affascinante, sfuggente e ipnotico.

E se il pescatore dovesse tornare a casa e trovarsi senza una vita perché la sua gli è stata rubata? Quella violenza istintiva di chi sente fin dalla nascita un profondo senso di appartenenza verso un luogo, un’etnia e una cultura si riverserà su chi ha come unica colpa quella di non sentire quello stesso senso di appartenenza, condannato a fuggire per sempre, a non sentire nessun posto come casa.

Anna Pennella