Voto

5.5

Partito da una bettola armato di chitarra acustica e con un bicchiere di vino in mano, Mannarino trascina le sue tendenze folk lungo le vette dell’ultra commerciale pop italiano contemporaneo.

Le strumentali si fanno più corpose, esigono l’attenzione dell’ascoltatore e incombono sul singolare cantato roco di Alessandro Mannarino. Le melodie vocali scorrono lungo il suono di percussioni che fanno da eco ai viaggi in Brasile del cantante, di battiti di mano, di trombe impazzite che si esibiscono in slanci “virtuosistici”, di tastiere e di qualche timido accenno a suoni sintetici. I testi gravitano attorno a questioni diventate ormai canoniche per Mannarino: le sue storie sono sempre riconducibili a tematiche sociali, oltre che un pretesto per rimarcare la sua posizione anticlericale e il suo legame con la terra natia.

Nonostante l’insistente utilizzo di strumenti percussivi, i brani del disco, talvolta velatamente cupi, non attecchiscono al pari dei precedenti lavori: banale nella costruzione ritmica e poco accattivante dal punto di vista melodico, Apriti Cielo svela le carenze della musica di Mannarino.

Federica Romanò