Voto

5

“È pericoloso lasciare scritto ciò che è scritto male. Una sola parola lasciata, per caso, sulla carta, può distruggere il mondo”. L’ammonimento scritto nel 1949 da William Carlos Williams – 8 anni dopo l’uscita nelle sale di Quarto Potere – riecheggia tra le righe di Mank, il film con cui David Fincher si confronta con il mito di Orson Welles e il suo film che, quasi 80 anni fa, cambiò per sempre la storia del cinema. Al centro del film non c’è però Welles, ma lo sceneggiatore Hermann J. Mankiewicz (Gary Oldman), alle prese con la stesura del copione di quello che diventerà Quarto Potere, tormentato una gamba rotta, dall’alcolismo e dai fallimenti.

Emulando lo stile dello studio system, Fincher rende omaggio allo stile che ha reso immortale il film di Welles: immerge i personaggi in un bianco e nero contrastato da film espressionista, abbonda in dissolvenze incrociate e sovrimpressioni, usa il grandangolo e le riprese dal basso con la portata simbolica di cui le ha caricate Welles. Arriva perfino a riprodurre i difetti della pellicola, come graffi e bruciature all’interno dei fotogrammi. Se la anche la narrazione segue lo stesso andamento altalenante dell’opera di Welles, lo sguardo di Mank si distacca dagli anni ’40 per rivolgersi al presente e raccontare questo complesso 2020. Riattualizzare la storia di un magnate dell’editoria – questa volta il vero William R. Hearst e non la sua controparte cinematografica Kane – che sparge false notizie pur di mantenere proprio potere significa prendere posizione sulle fake news e il ruolo dell’informazione nel dibattito politico odierno; sulla disinformazione e le manipolazioni veicolate dai social social media; sulla responsabilità delle nostre comunicazioni e l’importanza di una visione critica.

In un vortice di dialoghi brillanti al ritmo di rullante jazz, Fincher trascina il pubblico in un racconto appassionante su un uomo tutt’altro che perfetto, costretto dall’immobilità a confrontarsi con i propri limiti ed errori e le loro conseguenze. Con il procedere della trama, però, il film si innesta sui binari del biopic più classico, romanticizzando la storia di Mankiewicz per renderla quella di un uomo che concepisce Quarto Potere come atto di denuncia della corruzione dei media. Fincher così accantona superficialmente il dibattito sui social media per impantanarsi nella polemica sulla paternità del film, accusando Welles di non aver mai scritto una riga e di essersi arrogato i meriti di Mankiewicz – una versione riemersa più volte nel corso degli anni e sempre smentita da fonti e indagini autorevoli. Mank finisce nel paradosso che, mentre vuole sensibilizzare sulla responsabilità dell’uso dell’informazione, racconta una storia falsa.

Francesco Cirica