Voto

7

Dalle luci dell’Ariston al dimenticatoio il passo può essere brevissimo, immediato. Lo insegna la storia: spesso a un exploit al Festival di Sanremo può seguire una carriera anonima. Mahmood, però, non è destinato a far parte di questa categoria. E se di Soldi e di quel battimani a metà ritornello si è discusso e scritto fin troppo, ora lasciamo che a parlare sia il suo primo album, Gioventù Bruciata.

Undici tracce che sembrano pagine strappate da un’agenda consumata, pensieri che denotano una capacità di affrescare emozioni e una proprietà di scrittura non comune, tradotta con successo in musica. Dettagli, confessioni e piccole storie quotidiane acquistano forza sulle atmosfere create da Charlie Charles, Dario Faini e Katoo. Beat al servizio del contenuto, e non il contrario. Non è la prima volta che ci si trova davanti a un artista capace di offrire una visione più black al pop nostrano, provando a svecchiarlo e dimostrando che un’altra strada da intraprendere c’è. Probabilmente, però, è la prima volta che qualcuno riesce a centrare questo obiettivo.

Gioventù Bruciata è un disco che guarda soprattutto ai momenti passati, ai quesiti che probabilmente rimarranno irrisolti (lo si capisce in Uramaki). È un progetto un po’ disordinato, ma che si specchia in questo caos trovando compattezza e una chiave poetica. È il prologo di quella che potrebbe essere una florida carriera.

Matteo Squillace