Voto

6.5

Dopo l’escursione hollywoodiana di Stoker (2013) prodotto da Tony e Ridely Scott, Park Chan-Wook torna in terra natia: con Mademoiselle riadatta il romanzo di ambientazione vittoriana Fingersmith (Sarah Walters, 2002) sostituendo alla Londra del 1862, la Corea degli anni ’30, a quel tempo colonia giapponese.

Come l’Inghilterra vittoriana, anche la società coreana è polarizzata e il popolo vive nell’ombra della ricca aristocrazia giapponese, di gran lunga più elegante, colta e sofisticata del sostrato coreano. Una distanza, intellettuale oltre che economica, che viene ben espressa anche sul piano linguistico, attraverso un’alternanza tra la lingua coreana e quella giapponese di cui la maggior degli spettatori occidentali, purtroppo, potrà percepire, solamente le differenti sonorità.

L’incontro tra la nobile giapponese Hideko e la ladruncola popolana Sook-hee si compie sullo sfondo di intricate macchinazioni che, prima il perverso zio di Hideko e poi lo sfacciato Conte Fujiwara, portano avanti mirando all’ingente patrimonio della bella aristocratica. I giochi di potere dei due uomini si nutrono di sessualità e perversione: il corpo di Hideko è immobile manichino dato in pasto allo sguardo di ricchi nobili perché permetta loro di visualizzare i testi erotici collezionati dal vecchio zio. È proprio lo sguardo – impudente come quello dei libidinosi nobili o più discreto come quello di Hideko attraverso le fessure della grande villa in stile inglese – il protagonista del dramma di Chan-Wook. Tutto è approntato per essere guardato. Perfino dopo la riappropriazione del proprio corpo e della propria sessualità che Hideko e Sook-hee (ri)vendicano – tanto nell’impulso distruttivo contro le stampe erotiche, quanto attraverso i rapporti sessuali che le due consumano – non possono smarcarsi dalla dimensione voyeuristica che le imprigiona. I loro incontri, proprio come le stampe shunga dello zio, sono mostrati allo spettatore con quanta più chiarezza possibile: l’inquadratura frontale, l’illuminazione abbondante e le soggettive piuttosto spinte di Chan-Wook mostrano sfacciate e perfino didascaliche l’impossibilità di sottrarre il “fattore spettatore” dall’equazione erotica.

 Peccato per il finale, scioglimento bonaccione e semplificato di una sceneggiatura con un po’ troppi colpi di scena.

Giorgia Maestri