Voto

8

Quando il teatro della parola per eccellenza incontra la forza prorompente dell’immagine cinematografica non ce n’è per nessuno: il Macbeth di Justin Kurzel è una piccola opera d’arte che renderebbe fiero il Bardo dell’Avon.

Trattare le trame shakespeariane senza risultare prolissi, ricreare l’intensità dei dialoghi e dei monologhi e dipanare tematiche eterne (l’ambizione, la brama di potere, la crudeltà, la follia) sono sfide sempre aperte per i registi più ambiziosi. Per affrontare questa impresa Kurzel si avvale di un supporto tecnico non indifferente, asso nella manica del suo adattamento: Adam Arkapaw alla fotografia e Chris Dickens al montaggio regalano sequenze magnetiche, giocano sull’alternarsi di campi lunghi foschi e misteriosi con primissimi piani di volti sporchi, truci e inquietanti – inevitabili i rimandi a Braveheart e 300.

Camminando abilmente sul fil rouge della pazzia e dello straniamento, prorompono sullo schermo i due protagonisti, che soddisfano anche gli spettatori più esigenti: sensazionali Michael Fassbender nei panni del sanguinario Macbeth e Marion Cotillard, la velenosa Lady Macbeth che si conferma personaggio chiave della tragedia – anche uno solo dei suoi monologhi, straripanti di tensione e di crudeltà, varrebbe il prezzo del biglietto.

“Che sprone ha il mio disegno? L’ambizione, non altro: l’ambizione che da sola, saltando troppo in alto sulla sella, si disarciona.”, avrebbe detto lo spietato Macbeth; ebbene, Kurzel ha sfruttato quel disegno, ha sguainato una buon dose di ambizione, ma da quel cavallo non è di certo caduto.

Anna Magistrelli