Voto

6.5

Louis Garrel e Jean-Claude Carrière si sono fatti bastare 75 minuti per far brillare la loro sceneggiatura, imbevendo le pareti del film con una tintura che racchiude tutte le sfumature delle loro esperienze professionali passate e della loro cinefilia, dai classici di Hollywood ai giovani parigini della Nouvelle Vague. L’uomo fedele si presenta come un film più piccolo di quanto non sia: racconta una storia grande (un triangolo amoroso della durata di oltre dieci anni) ed è stato creato da autori altrettanto grandi (un regista-interprete erede di un’illustre dinastia cinematografica e uno sceneggiatore fondamentale per la storia del cinema).

Il film inizia con un radicale ribaltamento di uno stilema tipico del cinema d’oltre alpe: la scena di rottura. Nel corridoio di un appartamento post-haussmaniano, Marianne (Laetita Casta) annuncia ad Abel (Louis Garrel) di essere incinta. Ma non di lui: del suo migliore amico, Paul, con cui ha deciso di sposarsi nel giro di dieci giorni. Così, mentre gli altri festeggiano con tanto di torta nuziale, Abel è costretto a subire in silenzio questa umiliazione. Una dozzina di anni dopo, Paul muore nel sonno. Abel approfitta del suo funerale per riconnettersi con Marianne, che non esita troppo per farlo entrare di nuovo nella sua vita. Nel frattempo, una ragazza molto giovane fa da sfondo al contesto: è Ève (Lily-Rose Depp), da sempre innamorata di Abel. Ma ora che sarebbe abbastanza grande per sedurlo, lo vede ricadere nelle braccia di Marianne. Il protagonista inizia così a oscillare, tra la libido devastante di Ève, l’autorità preoccupante di Marianne e l’egida del sospetto che gli ha inculcato Joseph.

Il ritmo narrativo eccessivamente veloce lascia poco spazio per le riflessioni e lo stesso avviene con i dialoghi, per via della loro foga esagerata: quello che a prima vista poteva sembrare un buon intrattenimento intellettuale parigino, nutrito da riferimenti cinefili (la voce off alla Truffaut, Laetitia Casta filmata come un’eroina hitchcockiana), rischia a tratti di far scivolare il film verso un confronto con i grandi del passato che non è in grado di reggere; come il facile rimando a Io & Annie (Woody Allen, USA, 1977) o Jules et Jim (François Truffaut, Francia, 1962) per la vena cinica eppure tenera con cui viene rappresentata la dinamica amorosa, un po’ melò e un po’ tragique.

Così Louis Garrel veste i panni di un giovane Woody Allen vittima dell’amore e delle scelte delle sue donne; mentre Joseph, il bambino con parole taglienti e pessimistiche, ricorda il ragazzino nato dall’immaginazione di Jean-Claude Carrière, il Sean (Cameron Bright) di Birth, Io sono Sean (Jonathan Glazer, USA, 2004). Come nel film di Jonathan Glazer, Joseph sconvolge le certezze degli adulti, ma là dove il regista britannico metteva in moto una catastrofe che inghiottiva i personaggi, Garrel si accontenta di formulare solo delle ipotesi: Marianne è una divinità che esige sacrifici o una donna che impara a superare il suo egoismo? Ève è una ragazza succube e affascinante che si libera della sua preda o un’adolescente che sta imparando ad amare come gli adulti? In questa piccola raccolta di enigmi, reggono il gioco le attrici: Laetitia Casta mostra un’autorità che raramente è stata vista, Lily-Rose Depp dà prova di versatilità e di un senso comico inediti. Tra le due, il cuore ciondolante di Louis Garrel, che si è dato un posto di vittima invidiabile.

Anna Pennella