Voto

6

“Il ragazzo è intelligente ma non si applica”. La buona metà della popolazione mondiale almeno una volta nella vita si è sentita dire questa frase, e queste stesse parole sono tornate in mente alla maggioranza degli spettatori, seduti comodamente sulle proprie tabelline dimenticate.

L’uomo che vide l’infinito è un film sorprendente, in quanto riesce a trattare di matematica per novanta minuti senza risultare noioso; un compito sicuramente arduo ma ben riuscito al regista Matthew Brown. Sorprendentemente originale è anche la coppia Dev Patel (volto già noto al grande pubblico per The Millionaire) e Jeremy Irons, fedeli protagonisti della storia vera di Ramanujan, ragazzo indiano “profeta” e genio dei numeri in grado di rivoluzionare una frangia della matematica con metodi di calcolo utilizzati ancora oggi a distanza di cento anni.

La coppia protagonista, complice l’ambientazione a metà tra la povera città indiana Madras e la splendida Cambridge, pone all’attenzione del pubblico un dualismo cinematografico molto interessante: da una parte un’idea di cinema bollywoodiano, puntuale nel raccontare l’odore dell’aria in India, tanto che dalla sala non risulta difficile sentirne l’autentica poesia attraverso il gioco di luci che ne colorano l’atmosfera, il tutto accompagnato da una colonna sonora fiabesca; dall’altra parte c’è spazio per un cinema più classico incarnato dal professore universitario G. H. Hardy alias Jeremy Irons, tradizionale protagonista dei film a lieto fine e sempre a suo agio nell’interpretare figure ciniche e arroganti che si fanno comunque voler bene senza troppe difficoltà.

Questi due mondi culturalmente ed economicamente differenti vengono a contatto tra loro trovando una giusta sinergia, nonostante le riflessioni che ne conseguono si facciano amare un po’ come la feroce realtà rappresentata, così dura nell’essere accettata e capace di trasformare la genialità in rammarico e la morte in immortalità.

Fabrizio la Sorsa