“Ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi” è una delle citazioni più famose della storia del cinema. Pronunciata dal replicante Roy Batty nel film del 1982 Blade Runner, è entrata ormai nel linguaggio comune per esprimere stupore davanti a qualcosa di particolarmente assurdo. Ecco, questa frase potrebbe essere adatta per descrivere L’uomo che vendette la sua pelle, film di Kaouther Ben Hania candidato agli Oscar 2022 come Miglior film in lingua straniera sulla storia di Sam Ali, un rifugiato siriano tramutato in opera d’arte da Jeffrey Godefroi, un visual artist contemporaneo che, per aiutarlo a raggiungere l’Europa e unirsi alla sua innamorata, tatua sulla sua schiena un passaporto Schengen, trasformandolo di fatto da uomo a merce. Come viene detto nel film, infatti, oggi è più facile fare passare i confini internazionali ai beni commerciali, piuttosto che agli esseri umani. Elemento ancora più inimmaginabile: il film è tratto da una storia vera.

Nel 2006, Tim Steiner si fece tatuare la schiena dal controverso artista belga Wim Delvoye, che lo rese un’opera d’arte vivente su cui lucrare, costringendolo a rimanere seduto per ore mettendo in mostra la propria schiena, la cui pelle, una volta morto, sarebbe diventata proprietà pubblica. A differenza di Tim Steiner, però, Sam Ali, ha un motivo ben preciso per avere intrapreso questo percorso di trasformazione in oggetto. Il giorno in cui chiede alla compagna Abeer di sposarlo, preso dalla foga dei festeggiamenti, Sam pronuncia con troppa leggerezza la parola “libertà” e la registrazione di quel momento arriva alle autorità del Governo, che lo condanna alla carcerazione. Riesce a fuggire solo emigrando in Libano, dove incontra Jeffrey, mentre la compagna viene data in moglie a un funzionario del governo che lavora a Bruxelles, in Europa. Da quel momento, il solo e unico scopo di Sam è quello di a raggiungere Abeer in Europa e sposarla.

La tematica principale del film – tralasciando la linea narrativa della storia d’amore travagliata dal retrogusto da favola Disney -, è inflazionata tanto quanto lo è l’amore: il concetto di libertà, tanto sfuggente quanto studiato. Ma Ben Hania riesce a fornire una prospettiva nuova e non così scontata come sembra: il momento in cui la libertà personale di Sam sembra venire meno con l’incisione del passaporto Schengen sulla sua schiena corrisponde al momento in cui si sente finalmente libero di scegliere della propria vita. Per (quasi) l’intero arco del film non si pente di avere accettato questo scambio, affrontando tutte le problematiche che comporta – il bullismo nei musei durante le sue interminabili ore di posa a schiena nuda, le proteste di attivistə per i diritti umani che reputano la sua pratica una forma di sfruttamento camuffata da opera d’arte, quando viene venduto all’asta come qualsiasi altra opera d’arte una volta che l’hype nei suoi confronti si sgonfia. Sam Ali rimane saldo nella propria scelta, perché sa il motivo per cui l’ha compiuta e qual è il suo scopo: ogni dolore, ogni privazione, ogni difficoltà ha un fine ultime. Quanto può considerarsi persa la propria libertà, se si accetta consapevolmente di intraprendere un percorso che la limita? Dove poniamo il confine tra consapevolezza ed emancipazione?

Ma quanto era consapevole Sam della portata della propria decisione una volta firmato il contratto? E quanto sono state invece le condizioni circostanziali a obbligarlo a prendere quella decisione? Il punto della questione è che non tuttə nasciamo con gli stessi mezzi, privilegi né possibilità, e sarebbe utopistico concepirci come liberi finché viviamo in un sistema regolato dagli equilibri capitalistici e normato da leggi spesso ingiuste. Dunque, non ci resta che fare il possibile con quello che abbiamo. Il libero arbitrio, la possibilità di scegliere cosa fare di sé e del proprio corpo, è ciò che mantiene integro il protagonista per l’intera durata del film, anche quando il suo obiettivo diventa sempre più irraggiungibile e gli sforzi vani, anche quando qualcuno pensa di poterlo aiutare, perché di aiuto non ne ha chiesto, né ne ha bisogno. Quanto dolorosa diventa una punizione che scegliamo di autoinfliggerci per raggiungere un obiettivo? È tossico l’obiettivo o l’auto-punizione?

La spettacolarizzazione di un corpo divergente perché “esotico”, “diverso”, “martoriato”, “marchiato” permette anche di riflettere sulla pornografia del dolore. Se nella storia vera da cui è tratto il film riscontriamo un uomo e il proprio mercificarsi all’occhio estetico dell’osservatore, incarnando il concetto di “vendere la propria immagine”, qui la regista traccia un confronto tra questa spettacolarizzazione di sé e la svendita di immagini cruente a cui siamo soggettə quotidianamente. Ma Sam non si limita a vendere la propria immagine, ma il contesto della propria vita; non vende soltanto la propria schiena, bensì la condizione di rifugiato che riduce la sua persona a passaporto di serie B. Di Sam Ali non staremo guardando mai soltanto il tatuaggio sulla carne, ma anche la storia di una dittatura, di un paese assediato e di un’impossibilità di movimento che lo costringe a trovare la libertà attraverso la trasformazione in oggetto di valore. La violenza del messaggio, se ci soffermiamo a riflettere, è terrificante.

In un mondo assuefatto dagli stimoli visivi, anestetizzato contro lo shock di foto cruente e storie di morte, abbiamo sviluppato gli anticorpi contro i video di esplosioni, macerie, morti e feriti, e anche contro il persistente stralcio pubblicitario di ONG che mostrano il dolore di bambini martoriati nei “paesi in via di sviluppo”. Abbiamo sviluppato indifferenza e dissociazione rispetto al dolore altrui: quelle immagini si riducono allo schermo che le mostra, e non ricordiamo più che la persona sofferente è carne viva, e non solo pixel. Per risvegliarci, non resta che mettere in mostra il trucco grottesco e rivelarlo allo sguardo di tuttə, smascherando questo processo di deumanizzazione. Sam Ali diventa oggetto, proprio come noi rendiamo oggetto le persone nelle immagini di violenza che vediamo quotidianamente, a cui ormai neanche reagiamo più. Questo processo di oggettificazione del dolore è prassi quotidiana, routinaria, e in questo film viene utilizzato un espediente narrativo per metterlo in mostra con la crudezza di cui il cinema è capace. Non è di certo cosa che noi umani non possiamo immaginarci. 

Enea Venegoni