Voto

7

Il quarto lavoro in studio di Lucy Rose è un piccolo gioiellino che dimostra l’avanzamento artistico della singer-songwriter inglese. La voce è quella tipica dell’indie-folk, ma a renderla davvero suggestiva è il vibratok, che la distingue da tutto il resto del panorama odierno, consentendo alla cantante del Surrey di pronunciare ogni frase con emozione e trasporto.

No Words Left è un album fluido, che scorre liscio e si basa su pochi elementi portati alla loro massima espressione: attenzione maniacale al suono della chitarra acustica e del pianoforte, equilibrio della voce riverberata, tesi intimi e personali. Piccoli feedback elettronici si uniscono ai cori, per creare un tappeto emotivo in cui si collocano le canzoni; ogni tanto fanno capolino archi (What Does It Take, Save Me From Your Kindness) e misuratissimi ottoni, come il sassofono in Solo(w), che contribuisce a creare un climax finale che consacra il pezzo come uno degli highlights del disco.

I suoni sono pulitissimi, classici, e a tratti escono dal tracciato con un tocco ricercato nella produzione (ad esempio la chitarra con chorus in Treat Me Like a Woman), che li rende mai banali e capaci di vivacizzare il disco. Gli arrangiamenti, carichi a tratti di malinconia e nostalgia, vedono un’assenza praticamente totale della parte ritmica, con percussioni appena accennate in Treat Me Like a Woman e Nobody Comes Round Here. Non c’è una vera e propria hit, e il risultato è un lavoro unico, molto omogeneo e compatto.

Rifacendosi alle grandi cantanti folk del secolo scorso, come Joni Mitchell o Judy Dyble, Lucy Rose modernizza il songwriting tipico del genere e lo porta nel panorama pop di oggi.

Federico Bacci