Voto

9

Lucky rappresenta il canto del cigno per il grande Harry Dean Stanton, che torna a vivere sullo schermo – a quasi un anno dalla sua scomparsa – donando al pubblico un’ultima, straordinaria, interpretazione. L’esordio alla regia di John Carroll Lynch si configura come un’opera matura e incantevole.

L’ultra novantenne Lucky organizza la propria routine quotidiana con precisione e ciclicità quasi ossessive, rituali, nella convinzione che a ogni giorno ne seguirà un altro, e così sarà per sempre, tra gli esercizi di yoga mattutini e i bloody mary serali al pub. Ma un improvviso mancamento getta il protagonista nello sconforto: Lucky realizza improvvisamente che il suo tempo in questo mondo è destinato a esaurirsi e che quando accadrà sarà irrimediabilmente solo. Atterrito, sprofonda nell’oscurità (come sottolinea I see darkness di Johnny Cash, fondale sonoro di un’intensa sequenza notturna) e perde presa sul reale, sprofondando in una spirale di tenebre e paura.

Come affrontare la più profonda e insidiosa delle paure che angosciano l’uomo? Come confrontarsi con l’approssimarsi della fine? Il protagonista si rifugia allora nell'(in)equivocabile verità della parola e, imbattutosi nella definizione di “realismo”, vi si aggrappa: “realism is a thing” – ama ripetere – e consiste nella pratica di accettare una situazione per come, pronti a comportarsi di conseguenza. Ma questo approccio all’esistenza non è sufficiente a risollevare Lucky, che risulta smarrito proprio come President Roosvelt, la testuggine di Howard (David Lynch) persa nel deserto. Sebbene quasi del tutto assente sulla scena, la testuggine spicca come una delle figure più iconiche e potenti del film grazie al monologo di rara intensità (il cui merito va a Logan Sparks e Drago Sumonja, autori della splendida sceneggiatura) pronunciato da Howard in difesa del piccolo amico animale.

Il sorriso di una bambina di Tarawa, strappato dalle truppe statunitensi cinquant’anni prima, ricorda infine a Lucky che l’unica soluzione rimasta all’uomo è accettare di non essere niente e sorridere nell’attesa che la fine sopraggiunga. Un’attitudine tutt’altro che passiva, adottata da un uomo la cui determinazione passa attraverso il gesto di accendere una sigaretta al pub.

Giorgia Maestri

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