Dio aveva in mente i Love the Unicorn quando creò il dream-pop, così come pensava a Sid Vicious quando inventò il punk, a Steve Howe quando disse «Che vi sia il rock progressivo», a Robert Palmer quando ordinò «Sia fatto il pop per tardone», a David Bowie quando intimò «Fa’ che non sia niente di tutto ciò» e agli Spandau Ballet quando enunciò «Fa’ che non sia niente di che».

La varietà di esempi – che vanno dal celeste al pacchiano – dovrebbe dimostrare che non c’è piaggeria nell’affermare che qualcosa o qualcuno rispecchia una specifica creazione divina (o un’idea platonica, se vogliamo). È tutta una questione di aderenza stilistica, e i Love the Unicorn sono dreamy in tutto e per tutto, a cominciare da una chitarra molto presenzialista ma mai inopportuna, eloquente ma mai straparlante, che dà le ali a ogni brano con la sua voce acuta ed eterea.

Nati nel 2011, i Love the Unicorn sono un quartetto inopinatamente romano; inopinatamente perché sono quanto di più distante si potrebbe si immaginare dall’etichetta di latin pop concepita con malcelato razzismo dai distributori angloamericani; eppure hanno anche ben poco a che fare con i musicisti indie più aspri e ruspanti nati nei sottoboschi regionali del nostro paese. Un gruppo a cui li si potrebbe apparentare in modo abbastanza pertinente sono gli statunitensi The Walkmen, almeno per quanto riguarda i brani in cui questi ultimi accantonano i casinismi post-punk in favore di uno stato d’animo semi-estatico, di stupore infantile (vedi l’album Everyone Who Pretended to Like Me is Gone, in particolare la delicatissima We’ve Been Had).

Un brano che potrebbe essere visto come il manifesto poetico dei Love the Unicorn – in tour proprio in questi giorni col loro primo LP, sfortunatamente sempre solo sotto il Po – è Never Ending Summer, tratta dall’EP Sports. Questo pezzo già dal titolo fa pensare a un sentimento di piacevole malinconia che si autoalimenta, una sorta di nostalgia della nostalgia veicolata poi nell’arrangiamento da interventi di tastiere “a cascata” molto cinematografici; la voce esile e un po’ dolente di Marco Salah (fratello del fondatore Emiliano) diventa sempre più sentimentale mentre la sua chitarra, con energica dolcezza, riesce a traghettare l’ascoltatore fuori dal gorgo iperemotivo. Ma il magone non è mai sfacciato, anzi, è costruito con sottigliezza e con gusto.

A un primo ascolto A Real Thing, il nuovo album della band, comunica un’impressione di omogeneità molto forte, come se i Love the Unicorn volessero ribadire con garbata testardaggine tutti i pregi messi in luce con l’EP Sports, senza concedersi scappatelle ritmiche o atmosferiche in terreni inesplorati. Poi, gradualmente, emerge la bellezza singola dei brani, ognuno dotato di un riff di chitarra che ne costituisce l’impronta digitale; senza che ci sia bisogno di farsi il lavaggio del cervello a furia di ascolti ripetuti, si impara a riconoscere la personalità di una Hate Forever, di una Weekend o di una Fence, giusto per citare i brani più ragguardevoli, accattivanti nella loro mitezza.

Per farla breve, i Love the Unicorn hanno la qualità più rilevante che contraddistingue il pop (dream e non) di classe: sanno essere leggeri senza essere inconsistenti. Gli auguriamo di non essere mai costretti a tenere i piedi per terra, musicalmente parlando.

Andrea Lohengrin Meroni