Voto

7

Unica figlia femmina di sei, Louis Andreas Salomé fin dalla tenera età manifesta intolleranza verso il ruolo di “piccola donna” cucitole addosso dalla famiglia, mostrando un carattere deciso e fuori dalle righe, teso verso l’emancipazione e la libertà – considerate che siamo a cavallo tra ‘800 e ‘900. Fin da piccola manifesta la sua voglia di indipendenza e di fare tutto ciò che le viene in mente: porta avanti con spregiudicatezza ed entusiasmo i propri interessi, scontrandosi con la mentalità bigotta della sua famiglia protestante, che considera certe attività esclusivamente “da maschi” e quindi non decorose per quella che dovrebbe essere una brava donna di casa, come arrampicarsi sugli alberi o studiare con dedizione.

Molto legata all’anziano padre, un generale russo che sembra essere l’unico in grado di comprenderla e di sostenerla nel suo percorso verso l’autorealizzazione, Lou alla sua morte sente la terra mancarle sotto i piedi, come se quel Dio che era solita pregare avesse deciso di non ascoltarla più. Per lei questo momento segna la fase nietzschiana della “morte di Dio”: Lou riesce finalmente a evolversi in una “superdonna nietzschiana”, assecondando quella sua voglia di studiare tanto osteggiata dalla madre, una donna tradizionalista e rigorosamente attaccata alle etichette del tempo, che vorrebbe solo vedere la figlia sistemata al più presto con un buon marito e una bella famiglia. La giovane Lou prosegue imperterrita nel suo intento di costruirsi una cultura umanistica e riesce a convincere un pastore protestante a darle lezioni di teologia, letteratura e filosofia, intessendo con lui un rapporto molto profondo e intimo che la segnerà per il resto della vita. A quel tempo le Università non accettavano le donne, ma l’Università di Zurigo faceva eccezione, ed è lì che Lou riesce ad approfondire i suoi studi in qualità di ospite.

Una personalità così rivoluzionaria e audace non poteva non attirare l’attenzione della regista tedesca Cordula Kablitz-Post. Il biopic Lou Von Salomé porta infatti alla luce in chiave psicoanalitica la storia di una donna che spesso si conosce solo di riflesso studiando le biografie di Nietzsche, del poeta austriaco Rainer Maria Rilke o di Freud. Nota ai più è l’intrigante relazione che ebbe con Nietzsche e con il filosofo e aforista tedesco Paul Rée, che in questa sede viene raccontata in una versione inedita. Come risaputo, i tre erano molto legati ed entrambi gli uomini finirono per innamorarsi di Lou e chiederle la mano. Dopo un furibondo litigio con Nietzsche – episodio che molte biografie identificano come la causa scatenante della follia di cui cadrà vittima di lì a poco – la donna decide di andare a convivere a Berlino con Rée, ma al contrario di quello che si legge in molti libri la loro fu una semplice condivisione di uno spazio, come tra coinquilini. Nel giro di qualche mese Rée, innamorato perso della donna, non riesce a reggere i suoi rifiuti e decide di rompere la loro amicizia. Il primo e forse unico amore di Lou fu lo scrittore austriaco Rainer Maria Rilke, con il quale condivise un’appassionata storia d’amore, nonostante la donna avesse nel frattempo intrapreso un matrimonio di convenienza con un uomo molto più anziano di lei che non amò mai. La fragilità psichica di Rilke porta Lou ad allontanarsi da lui e a rivolgersi a Freud, dal quale in un primo momento si fa aiutare psicologicamente, per poi affiancarlo nei suoi studi. A Lou dobbiamo infatti gli scritti Erotismo e La materia erotica, frutto importanti ricerche sul ruolo sociale delle donne e sulla sessualità femminile confluite nella teoria del narcisismo positivo contrapposto al femminismo, che postula una tendenza all’espansione della propria personalità.

Prodotto da Wanted Cinema e Valmyn, il film racconta Lou Von Salomé dal punto di vista di una Lou ormai anziana, che con una serie di flash-back ripercorre la propria vita mentre si trova reclusa nella sua casa di campagna insieme a una singolare governante. È il 1933, il nazismo è da poco salito al potere e ha proclamato la psicanalisi una scienza ebraica illecita. Con un taglio narrativo prettamente freudiano, il film parte dagli episodi dell’infanzia e dell’adolescenza che hanno segnato la donna e determinato il suo rapporto travagliato con la sessualità e gli uomini, rifiutati in un primo momento e apprezzati solo più tardi. A scrivere questa storia e questa sceneggiatura è Ernst Pfeiffer, un germanista disoccupato, frustrato e in crisi con la moglie. L’uomo, che per lei è un completo sconosciuto, stringe con Lou un rapporto profondo, che per certi versi sembra ricordare quello che ebbe anni prima con il pastore protestante e per questo deciderà di lottare per salvare le opere di Lou Von Salomé dai roghi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Pfeiffer diviene così un assiduo frequentatore della casa della donna e inizia a trascrivere la sua avvincente storia, quella di una donna spesso ingiustamente presentata dalle biografie come una femme fatale. Ma era ora di sfatare questo mito una volta per tutte.

Valeria Fumagalli – Filosofiaalcaffè