Sofia Coppola racconta “una storia d’amore senza amore”: quella tra i protagonisti è una storia di solitudine e di smarrimenti interiori, di alienazione dalla realtà e di incomprensibilità, interrotta da un abbaglio di felicità che avvolge i due protagonisti a Tokyo, città-simbolo per i due americani di disorientamento, isolamento e difficoltà nella comunicazione. La trama è “fragile”, proprio come gli stessi personaggi Bob (Bill Murray in una delle sue migliori performance) e Charlotte (Scarlett Johansson): nonostante non succeda pressoché nulla, aleggiano nell’aria una tensione e una malinconia perenne, specchio dell’interiorità dei protagonisti, completi estranei in una terra e in una cultura dalle quali vengono esclusi e isolati.

Ma il Giappone non è l’unica causa dello spaesamento, sono gli stessi Bob e Charlotte a essersi persi: del tutto incapaci di comunicare, le due anime protagoniste, apatiche e prive di un’identità, si incontrano per caso una notte al bar del Park Hyatt Hotel dove subito entrano in totale confidenza e condividono un momento di connessione, dolce e triste allo stesso tempo, intimo e toccante. Per focalizzare l’attenzione sui personaggi vengono inoltre tralasciate le coordinate spazio-temporali: nella maggior parte del film lo spettatore non sa dove si trovino i protagonisti mentre girovagano e si perdono per le strade di una metropoli di cui non potranno mai sentirsi parte; la loro relazione è l’unico collante con il mondo, li rende meno soli e attutisce il loro perenne senso di smarrimento.

lost in translation

Murray e la Johansson non sono i soli personaggi principali, vi è una terza star: la colonna sonora. Il film si apre con Girls dei Death Vegas, traccia dal ritmo psichedelico quasi ipnotizzante che immerge lo spettatore nel fascino esotico ma alienante di Tokyo, avvolgendolo in un’atmosfera sognante e malinconica. Ed è proprio sulle note di questa eterea melodia che Bob arriva in città via taxi, apre gli occhi e si immerge in quel mondo a lui così estraneo. Girls è un brano fondamentale, che imposta il tono del film e riflette gli stati d’animo dei personaggi

Sometimes dei My Bloody Valentine si sposa con la fine di una nottata di party in giro per Tokyo, e con una ripresa mozzafiato della città dal finestrino del taxi viene catturata la nostalgia del momento appena trascorso. La melodia romantica della traccia segna il progresso della relazione tra i protagonisti: i due, da isolati ed esclusi, entrano in un’eccitante nuova fase, iniziando a condividere il desiderio e il bisogno di vicinanza. Le feste in giro per la città, eccentrici mix di musica j-pop e karaoke, raggiungono l’apice con la performance di More Than This di Bob, che dà vita a un emozionante attimo di bellezza nella tristezza. Anche Kevin Shields, leader dei My Bloody Valentine, ha composto apposta per il film brani originali prettamente strumentali che avvolgono i personaggi in un turbine onirico e melanconico: Are You Awake?, City Girl, Goodbye, per citarne alcuni. Fantino di Sebastian Teller è un’ottima combinazione con il sound di Shields, mentre i Phoenix con Too Young sono una gradevole comparsa alternative-rock. Lost in Translation si conclude sulle note di Just Like Honey dei Jesus & Mary Chain, ottima scelta per la toccante scena finale in cui Bob lascia la città in taxi proprio come al momento dell’arrivo, trasmettendo un sentimento forte di perdita e di speranza.

Per affrontare il tema dell’incomunicabilità la Coppola utilizza la musica come mezzo, al contrario, efficace per la comunicazione: a volte le parole non sono canali di interazione altrettanto potenti, né tali da garantire una piena comprensione.

Vittoria Leardini