Voto

7

Immagini di repertorio, fotogrammi di una guerra lacerante e distruttiva aprono impietosi i primi secondi del nuovo film di Joe Wright, che attraverso la potenza immaginativa del cinema lancia al mondo messaggi dall’alto, da un punto di vista divino e imparziale. La mano del regista scende poi sulla Terra, durante una seduta del Parlamento inglese mentre combatte su un altro campo da gioco, meno violento ma di egual incidenza per le sorti dell’Europa: dopo il fallimento di Neville Chamberlain, nel 1940 viene eletto Primo ministro l’improbabile Winston Churchill, uomo politico e statista dalle dubbie capacità militari.

L’ora più buia è un titolo quanto mai metaforico per un film ambientato in un periodo storico come quello della seconda guerra mondiale, dove di luce se ne scorgeva assai poca. Il tema dell’oscurità  si rispecchia nel lavoro del direttore della fotografia Bruno Delbonnel, che dipingere inquadrature dai toni tetri e claustrofobici, dai quali fuggire al più presto.

Protagonista assoluto di questo film labirintico è un Gary Oldman veramente ispirato, che interpreta in maniera misurata e senza sbavature un Winston Churchill in bilico tra la normalità e la pazzia. La macchina da presa  viene così rapita dalla sua presenza, e raramente si lascia sfuggire una sua parola o movimento. Danza invece in sua assenza grazie agli eleganti carrelli tipici di Wright, che in questo caso, però, sceglie di verticalizzare per dare spessore psicologico allo spettacolare movimento di macchina.

L’ora più buia è anche un piccolo manifesto sul potere della parola e sul valore della guerra. La scrittura, infatti, si concentra molto sui toni, i timbri e persino le singole lettere delle comunicazioni belliche: sbagliarne anche solo una può significare morte certa per tutti, e lo ha imparato bene la segretaria del Primo ministro (Lily James), elemento essenziale insieme a Clementine Churchill (Kristin Scott Thomas) nel tratteggiare l’umanità del protagonista e la forza che risiede in lui anche al di fuori della sfera pubblica. Ed è questa caratterizzazione a rendere L’ora più buia un biopic sui generis, che non si ferma alla mera descrizione del suo protagonista ma si estende al ruolo svolto in quel periodo dalle parole, dalla retorica e dal senso comune di giustizia.

Michele Granata