Voto

7

Liberamente tratto dalla storia vera del pentito Saverio Morabito, raccontata da Luca Fazzo e Piero Colaprico in Manager Calibro 9, Lo spietato immerge i suoi spettatori nelle nebbie della Milano a mano armata degli anni ’70 e ’80. Una città in cui droga e sequestri vivono gomito a gomito con i manager al volante di ruggenti auto sportive. Questa è la città di Santo Russo (Riccardo Scamarcio), che si destreggia con pari disinvoltura tra la ‘ndrangheta di Buccinasco e l’”alta” società di Piazza Duomo.

Il regista Renato Di Maria mette a frutto le ricerche del suo precedente documentario Italian Gangstersfirmando una pellicola che ha il sapore del poliziottesco italiano anni ’70. Tra zoom spintissimi, violenza feroce e commedia nera, Lo spietato omaggia Scorsese e Fernando di Leo con un ecosistema di personaggi in cui i buoni non esistono e si sopravvive solo affilando i denti. Ma Lo spietato è sopratutto un film di reparti, che dimostrano una cura maniacale nella ricostruzione di ambientazioni e costumi, riuscendo così a trasmettere a pieno il sapore di un’epoca, al ritmo di una trascinante colonna sonora funky.

Se tutti questi elemento concorrono alla produzione di un buon film di genere, la caratterizzazione dei personaggi permette alla sceneggiatura di elevarsi oltre i canoni, assumendo il tono della tragedia. Il finto accento milanese di Scamarcio diventa la cifra di una figura tragica, che per quanto cerchi di integrarsi rimarrà sempre un estraneo, sia per i suoi boss, sia per chi frequenta i salotti della Milano da bere, in una parabola destinata – ça va sans dire a concludersi con un’altrettanto spettacolare caduta.

Francesco Cirica