Voto

7.5

Celebre per la monumentale opera documentaristica The Story of Film: an Odyssey (2011), l’irlandese Mark Cousins dedica un nuovo documentario a una delle figure più iconiche del cinema mondiale: Orson Welles. Molto meno didascalico dell’opera precedente ma molto più appassionato, The Eye of Orson Welles è un atto d’amore assoluto, genuino ed entusiasta.

Cousins costruisce il proprio film sull’assunto che gli schizzi e i disegni realizzati da Welles in abbondanza nell’arco della propria carriera (materiale inedito che l’irlandese recupera da archivi sparsi per gli Stati Uniti) consentano una via privilegiata di accesso alle zone d’ombra della personalità del Maestro. Un tentativo ermeneutico che, sebbene paia a tratti pretestuoso e artificioso, ha comunque il merito di svelare una nuova personalità artistica del Welles che noi tutti conosciamo dimostrando l’entusiasmo forse un po’ ingenuo ma sincero con cui Cousins approccia la propria ricerca.

Si succede sullo schermo una parata di figure e figuranti a cui Welles è associato di volta in volta: lui è  fante, cavaliere, re e perfino buffone (impacciato e umiliato in Falstaff, 1965) a seconda che emergano i suoi rapporti con il potere, la fama, le donne o l’arte. Tante rappresentazioni e un’immagine ricorrente: una fotografia che ritrae Welles sdraiato su un letto, con gli occhi strabuzzati, come sorpreso dalla presenza della camera. La stessa immagine su cui Cousins torna con insistenza affinché lo spettatore possa guardarla in modo sempre nuovo: ogni volta il pubblico  sa qualcosa in più su quell’uomo dagli occhi folli, ha l’illusione di essergli un po’ più vicino e forse perfino di poter penetrare i segreti di quel suo sguardo inconfondibile.

Giorgia Maestri