Il Way Out West scalda l’agosto svedese: tre giorni di (ottima) musica catalizzata in un enorme parco della città di Göteborg. Per i meno esperti, Göteborg si affaccia sulla costa sud-occidentale del Paese, di fronte alla Danimarca, una cittadina di medie dimensioni che nel periodo del festival, quest’anno dal 9 all’11 agosto, vive tre giorni di musica e cultura, con una programmazione che strizza l’occhio anche al cinema indipendente.

Sicuramente meno famoso sulle sponde italiche rispetto ai competitor diretti come Sziget Festival (Budapest), Sonar Festival (Barcellona) e Nos Alive (Portogallo), che si svolgono pressoché nello stesso periodo in Europa, il Way Out West, giunto alla dodicesima edizione, è un gioiellino per proposte e organizzazione – del resto, è nota l’efficienza svedese.

Hilda Arneback

La programmazione musicale si snoda fra cinque palchi allestiti all’interno dell’enorme parco Slottsskogen e il “fuori festival”, lo Stay Out West, che propone live set e dj set in alcuni locali della città. I live iniziano e finiscono “presto” rispetto alle solite tempistiche da festival, dalle 13 a mezzanotte, perché poi si esce dal parco e ci si sposta nei locali della città per sentire altri live. Del resto, come ci hanno spiegato i ragazzi del posto, “qui in Svezia dopo le 3 non c’è più niente e tutti vanno a dormire, anche perché fa freddo”. Ed è proprio così. Quindi scordatevi shorts e magliette leggere e non commettete il nostro stesso errore: abbiamo fatto una valigia sbagliatissima e siamo finiti a indossare la stessa felpa pesante per tutti e tre i giorni del festival.

Per fortuna la programmazione del primo giorno ha provocato un netto aumento della temperatura. Seguiamo prima i Grizzly Bear e Peggy Gou e poi le attesissime Jorja Smith e St. Vincent, che scuotono il pomeriggio di giovedì con due live impeccabili. Jorja Smith è la nuova promessa dell’R’n’B/soul, e non ha ancora solcato i palchi italiani. St. Vincent con questo live conferma per l’ennesima volta il suo talento fuori dal comune. A seguire Charlotte Gainsbourg e i due veterani del palcoscenico Patti Smith e lo scatenato Iggy Pop. I super ospiti Arctic Monkeysche avevamo già sentito a Milano – concludono le danze portando sul palco il nuovo disco e uno charme da fuori classe. Una scaletta dal respiro fortemente internazionale, che lascia però spazio, come ogni giorno di festival, ai live act di artisti svedesi, emergenti o già affermati.

Hilda Arneback, Luger

Il secondo giorno, dopo esserci scaldati le orecchie con il djset house di Baba Stiltz sul Dungen Stage – riservato quasi esclusivamente ai dj –, abbiamo continuato la nostra giornata di festival con Timbuktu & Damn! sul Flamingo Stage, rapper svedese di vecchia leva accompagnato dalla band al completo. La perla del secondo giorno è il live di NONAME sul Linné Stage: la ragazza di Chicago porta sul palco uno stile rap vicino a uno stream of consciousness – del resto ha iniziato con i poetry slam –, e speriamo di vederla presto in Italia. A seguire, sempre sul Linné, il live del rapper britannico J Hus, che si fa attendere quaranta minuti dal pubblico – unica eccezione, perché durante tutto il festival i live hanno spaccato il minuto, o quasi. Abbiamo la conferma che l’hip hop ha infoiato anche gli svedesi quando un ragazzino si arrampica sull’impalcato delle luci durante il live, braccato dalla polizia svedese piuttosto incazzata. Grandi applausi del pubblico all’uscita del ragazzo.

Il live di Lily Allen sull’Azalea Stage è insipido, e diventa il momento per staccarci dal palco e prendere una birra in una delle aree adibite alle bevande alcoliche – sì perché le leggi svedesi sull’alcool sono molto restrittive. Non si può dire, invece, che sia insipido il live di M.I.A., che sul Flamingo Stage si presenta con uno show ben strutturato: scenografia curatissima con dj e ballerine al seguito. Acclamata dal pubblico dell’enorme parterre, Fever Ray porta sull’Azalea Stage un live eccentrico e coinvolgente. Solo dieci minuti la separano dall’inizio del concerto più atteso sul Flamingo: Kendrick Lamar. Il rapper ha scelto il WOW come tappa del suo tour sbanca-botteghino, strutturato come una sorta di plebiscito musicale, un live elettrizzante che fa saltare tutti, anche – purtroppo – i due svedesi di due metri davanti a noi.

Hilda Arneback, Luger

Il terzo giorno seguiamo Kamasi Washington, che avevamo già avuto il piacere di ascoltare allo scorso ClubToClub. Lo becchiamo dopo il concerto nell’area stampa e ci facciamo due chiacchiere, scoprendo che è una persona molto gentile e affabile, oltre a essere un grande artista. Sigrid, che si esibisce sul Linnè Stage, porta sul palco il volto del nuovo pop svedese: tanta grinta, ma musicalmente poco convincente. Al termine ci catapultiamo sul palco dei dj set, il Dungen, per seguire Yaeji: l’artista coreano-americana diffonde il suo sound, a metà fra house e pop, mentre si regge in bilico su due scatoloni a mo’ di piedistallo per arrivare alla consolle; un concentrato in miniatura di stile e buon gusto musicale.

Likkie Li è il grande nome svedese dell’ultimo giorno: uno show molto curato da parte di un’artista nazionale che “compete” con i nomi internazionali della scaletta. Ma sabato è anche il giorno in cui inizia a diluviare pesantemente: armati di impermeabili sfidiamo i temporali estivi svedesi per seguire il dj set di Mura Masa sul Linné, accompagnato dall’immancabile Bonzai, la vocalist che lo segue sempre nei liveL’ultimo atto del festival è il live degli Arcade Fire sul Flamingo Stage. Il temporale non si placa, ma l’acqua nelle nostre scarpe di tela non ci fermerà dal sentire la band di Butler ammaliare le nostre orecchie per più di un’ora, riuscendo anche a far cantare a cappella il pubblico per cinque minuti buoni sulle note di Wake Up. Alla fine del set, siamo tutti completamente zuppi, ma non sembra importare a nessuno.

Camilla Levi

Per tirare le somme di questa nostra prima trasferta svedese, il Way Out West ha la curiosità di un festival regionale ma il respiro di un evento internazionale. Gli avventori delle tre giornate sono per lo più svedesi, seguiti a ruota da una consistente presenza inglese: a centellinare le presenze sono i costi del festival e, in generale, dei servizi svedesi.

Detto questo, il WOW ha il pregio di essere ancora una perla celata, dove il piacere per la scoperta di nuovi artisti è assicurata dalla vasta proposta di live al di fuori del comprensorio del festival con lo Stay Out West e dall’attenzione nella stesura della programmazione, così attenta agli equilibri fra grandi ed emergenti, tra svedesi e non, senza cadere in un effetto scostamento e, anzi, riuscendo a valorizzare entrambe le anime del festival.

Gaia Ponzoni
Foto di Camilla Levi, Daniel Eriksson, Hanna Brunlöf, Hilda Arneback e Sophie Bordenave

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