Il consistente pubblico arrivato al Carroponte per il concerto dei Tinariwen aspetta sul prato, la birra in una mano, l’Autan nell’altra: sotto la fitta cappa di umidità che in questi giorni copre Milano non è tanto facile immaginare di essere nel deserto. Poi, senza troppi complimenti, cinque musicisti tuareg salgono sul palco. Sono tutti in abito tradizionale, bardati da capo a piedi di stoffe azzurre o blu, tanto da dover scostare il lembo di tessuto che copre loro anche la bocca prima di avvicinarsi ai microfoni.

Dalla prima nota diventa chiaro che i costumi non sono un vezzo o una mera mossa di marketing: avete presente il classico “concerto che spacca” (intro e finale travolgenti, il singolone come bis, ecc.)? Ecco, dimenticatelo. Sì, perché un concerto dei Tinariwen rapisce in un modo molto più sottile, con una gradualità che solo dei musicisti tuareg possono avere: una breve intro vocale quasi sussurrata, finché Said Ag Ayad non comincia a battere piano le sue percussioni; poi una timida chitarra, un basso, una voce, un’altra chitarra, e avanti così, in un climax ipnotica e instancabile che fa sì che nel giro di due minuti tutto il Carroponte stia ballando.

A tratti il discorso ritmico mette in crisi anche i ballerini più capaci o convinti: rimanere fondamentalmente dei musicisti e degli uomini del deserto non solo da un punto di vista formale o estetico, ma anche strettamente contenutistico, implica il fatto di non aver abbandonato completamente la poliritmia, vero tratto distintivo di quell’ambito musicale, che consiste nella sovrapposizione di più disegni ritmici in una composizione organica. Per dirlo in maniera universalmente comprensibile, nella poliritmia il ritmo suona “strano” perché è di fatto composto dalla sovrapposizione di più ritmi; l’ascoltatore occidentale non capirà quindi dove sono gli accenti e, provando a ballare su un brano poliritmico, si troverà spaesato come non era stato dal giorno in cui gli hanno detto che Babbo Natale non esiste. Oltre al grandissimo merito di non aver abbandonato i tratti distintivi della loro musica tradizionale a fronte della produzione (hanno vinto un Grammy e collaborato con musicisti del calibro di Red Hot Chili Peppers e TV On The Radio), c’è anche quello di saper gestire magistralmente uno spettacolo dal vivo, alternando i momenti più puramente desert ad altri nei quali regalano al pubblico la gioia dei quattro quarti.

Tinariwen.2

Quando il concerto sembra finito, prima di una sfilza di bis infuocati, torna sul palco solo il chitarrista per esibirsi nell’unico momento di vera intimità di tutta la scaletta: chitarra acustica e voce, quasi un sussurro, una vibrazione proveniente da lontano, un racconto che segui anche senza capirne le parole, con un’interiorità e una sincerità non facili da trovare in un artista da Grammy. Sono uno strenuo nemico del giornalismo in prima persona, ma forse qui posso concedermi un’eccezione a beneficio del contenuto e dell’informazione: è stato un momento così forte che mi sono commosso, e non mi capita spesso.

Un concerto come pochi se ne vedono, quindi un bravo ai Tinariwen, a maggior ragione con la formazione mancante del frontman e delle coriste: dire che senza Ibrahim Ag Alhabib lo show sia stato meno efficace sarebbe un’inutile faziosità. I Tinariwen non solo sono una prelibatezza esotica da non perdere, ma, se si riesce ad andare al di là degli aspetti strettamente socio-politici intorno all’idea di “integrazione”, anche un interessantissimo ponte fra oriente e occidente, uno stimolo per uscire dall’imperante eurocentrismo musicale e un’occasione per aprire un dialogo con culture (musicali) molto lontane, ricordando che, nonostante produzioni, operazioni di marketing, uffici stampa e Grammy, la musica è una cosa vera, una cosa tangibile. Una cosa potente.

Francesco Sacco