Lo scorso sabato 27 agosto il palco del TOdays Festival ha ospitato il dolceamaro frastuono dei Jesus and Mary Chain, la band scozzese che a metà degli anni ’80 riaccese gli antichi fervori punk e consacrò la nascita del noise pop. Quella sera Torino aveva davanti agli occhi un vero e proprio simulacro, meritevole della devota adorazione mantenuta dal pubblico per l’intera durata del concerto.

Prima di iniziare a suonare i Jesus and Mary Chain logorano gli spettatori con l’attesa: per ben due ore dall’apertura dei cancelli prendono possesso del palco gli Stearica, una martellante (fino all’emicrania) miscela di death metal e post-rock, seguiti dai Giuda, l’ennesima band rockabilly, e da un piacevole Motta. Arrivato il turno dei JAMC Jim Reid, nonostante la palese irritazione dovuta a un “piccolo” problema tecnico (il volume troppo basso del microfono impedisce al frontman di cantare per almeno cinque minuti), tenta un timido e riservato approccio al pubblico. Risolti i disguidi, il concerto si apre con le note dell’oscura April Skies, ed è subito magia: le fragorose distorsioni di chitarra prendono corpo in melodie scarne e inconfondibili, mentre l’eterea voce di Jim Reid non sembra invecchiata di un solo giorno. Saranno stati i suoni dal pungente frastuono, i laceranti riff di chitarra di William Reid, o la voce spettrale del frontman unita al suo atteggiamento serio e quasi flemmatico (con un “nonsoché” di strafottente), ma sono bastati solo pochi minuti ai Jesus and Mary Chain per abbagliare il loro pubblico.
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Le tracce – tratte da Psychocandy (1985), Darklands (1987), Automatic (1989), Honey’s Dead (1992), Stoned and Dethroned (1994) e Munki (1998) – scorrono incantevoli una dopo l’altra, interrotte solo da brevissimi intervalli necessari per accordare gli strumenti. Il climax di suoni psichedelici, dissonanze e sottili ma efficaci ossature melodiche raggiunge l’acme durante il cuore del concerto, con la tripletta vincente Some Candy Talking, Happy When It Rains e Reverence. Ed è in questo momento che una densa nube violacea inghiotte i musicisti ma non Jim Reid, che si trasforma in un’apparizione infernale mentre canta agonizzante “I wanna die just like Jesus Christ, I wanna die, I wanna die, I wanna die, I wanna die, aooohh”.

Dopo la canonica pausa il gruppo rientra, e otto inconfondibili colpi di grancassa stringono in una morsa il cuore degli spettatori: è l’inizio del brano cardine della discografia del gruppo, il loro capolavoro assoluto Just Like Honey. Il pubblico di Torino viaggia estasiato verso mondi incorporei. Tornati sulla Terra, la band suona senza interruzioni numerose tracce dell’album d’esordio Psychocandy. Ed è durante il brano finale It’s So Hard che i JAMC sferrano il loro ultimo colpo di scena: Jim Reid rompe con eleganza (da vero professionista) l’asta del suo microfono, gesto simbolico che richiama i vecchi e rissosi tempi della punk revival. Infine, sullo sfondo di un feroce e martellante rumorismo, in perfetta continuità con la chiusa, i Jesus and Mary Chain escono di scena.

Federica Romanò