Poche parole, quasi nessuna. Un palcoscenico senza fronzoli. Luci sobrie e una penombra costante. A destra Iosonouncane: chitarra, voci, loop e campionatori. A sinistra Paolo Angeli: la sua chitarra sarda preparata, uno strumento creato e perfezionato in vent’anni di carriera dallo stesso musicista.

L’auditorium Parco della Musica di Roma è sold out per la seconda tappa del mini tour italiano di Iosonouncane e Paolo Angeli. In sala si percepisce l’alta aspettativa. Nel 2015 usciva Die e l’orizzonte della musica italiana mutava. Un disco seminale per la musica contemporanea del bel paese. Per un brano, Buio, Incani e Angeli hanno collaborato e avuto modo di sperimentare la loro alchimia.

Lo spettacolo è un’immersione totale nei solchi della tradizione sarda, un bagno di pioggia e terra, mare e roccia. Un continuum musicale quasi privo di interruzioni, in cui i due artisti non abbandonano mai le loro postazioni, né smettono mai di suonare, percuotere, sbattere e accarezzare i loro strumenti. Angeli è un maestro assoluto. Piedi, mani e testa disegnano armonie tradizionali, tratteggiate con una sensibilità innovatrice. La chitarra pare un’estensione della sua persona.

Il palleggio con Incani, la miscela, è inevitabile e straordinaria. Il suono non cessa mai, se non nelle pause concordate, nei silenzi necessari. Da un pezzo dell’uno si passa a quello dell’altro: brani de La macarena su Roma e del già citato Die emergono da immaginifiche ouverture strumentali, da voci ancestrali di campionatori, squilli, dissonanze, graffi e casse dritte che diventano passi di gigante.

Due giganti, Iosonouncane e Paolo Angeli, con i piedi ancorati nella terra, nel fango delle loro radici ma con lo sguardo fisso in avanti, uno sguardo lungo come quello dei visionari, dei rivoluzionariUtilizzare il passato senza cadere in facili rivisitazioni e restauri, proiettarlo nel futuro percorrendo strade tortuose, salite ripide e discese vorticose: è questo che riesce ai due sardi sul palco di Roma.

Uno spettacolo difficile, che chiede molto all’ascoltatore ma restituisce molto di più. Un saluto sobrio e un sorriso stentato. Nessun teatrino, niente bis o ammiccamento.

Pasquale Dipace