Diciamo pure addio alla classica band d’apertura. Giovedì 12 novembre il concerto dei Deerhunter al Circolo Magnolia è stato aperto dal leader stesso della band, Bradford Cox, nei panni del progetto solista Atlas Sound. L’attesa aumenta in proporzione all’effetto assopente dell’ambient (già sentito).

Poi, finalmente i Deerhunter che, con Desire Lines, danno il via a un crescendo emozionale. Pochi accordi, distorsioni che trasportano in universi eterei e un synthpop con influenze anni ‘80: questi sono gli ingredienti di Breaker, il secondo brano interpretato sul palco dalla band, nonché uno tra i più attesi dal pubblico.
La tracce scorrono veloci, una dopo l’altra, soltanto qualche volta interrotte da un sorso di drink e dalle poche, ma simpatiche, parole di Cox .
Con Take Care virano verso un’atmosfera commovente: i suoni si distendono in melodie pulite e lente, inebrianti. In bilico tra shoegaze e psichedelia, fanno venire voglia di chiudere gli occhi sperando che il brano duri per sempre.

Vecchio e nuovo sono perfettamente calibrati: Fading Frontier riceve lo spazio che merita, ma rinunciare alle incantevoli hit di Microcastle (2008) e di Halcyon Digest (2010) è impossibile. I Deerhunter giocano con synth, tastiere e pedali: creano atmosfere ipnotiche che rendono l’ascoltatore lieta vittima di un sentimento estatico e poi lo risvegliano, improvvisamente, a colpi di garage rock. A fare da intermediario è il solito buon pop, il perfetto collante tra la piacevolezza dei suoni dreamy e la potenza caotica del garage.

Dopo la krautronica Nothing Ever Happened i Deerhunter abbandonano il palco e lasciano il pubblico acclamante in compagnia di un ripetitivo e stridente rumorismo. Lo stordimento termina con Flourescent Grey (tratta dall’omonimo EP, uscito nel 2007) al loro rientro per il secondo e ultimo atto. L’intensità di questa seconda parte del live culmina con la trasognante Agoraphobia, durante la quale è facile dimenticarsi che quello che si sta ascoltando sia solo una canzone; credeteci, abbiamo persino visto scendere delle lacrime.

Valeria Bruzzi e Federica Romanò

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