Voto

8.5

Alice (Emily Beecham, che con questo film ha vinto la palma alla Migliore attrice a Cannes nel 2019) è una biologa alle prese con sperimentazioni genetiche su un nuovo tipo di piante che, in linea teorica, potrebbe rendere la vita di chi la possiede molto più felice attraverso il rilascio di dosi massicce di ossitocina nell’aria, portando a un progresso in chiave eugenetica. In cambio, però, queste piante richiedono cura e attenzione costanti, innescando un legame simile a un’affezione sentimentale tra familiari o amanti. La vicenda si intreccia alla storia personale di Alice, alle prese con un figlio e un ex marito con i quali mantenere un rapporto civile, e con il collega Chris (Ben Whishaw), innamorato di lei.

Quando la sua vita inizia a prendere una serie di scossoni inspiegabili, Alice inizia a indagare su un possibile tra questi e il progredire della ricerca sulla mistica pianta neonata, forse responsabile di catalizzare atteggiamenti relazionali inquietanti negli esseri umani che vi entrano in contatto. Scatta così una progressiva e controllata discesa nel delirio, e tutto ciò per cui Alice sembra aver lottato fino alla sperimentazione della pianta sembra ritorcersi contro di lei. Il tema portante è quello della felicità e della sua ricerca, ma senza banali derive zen o di scarso approfondimento morale. La felicità intesa non come sentimento astratto, ma nella forma quanto mai concreta della realizzazione sul lavoro e della gestione del rapporto col figlio, che non a caso condivide il nome proprio con la pianta che Alice tiene in casa come cavia, da osservare e curare.

Joe e “Little Joe”, umano e vegetale, figli diversi della stessa madre, sono l’emblema del rapporto dialettico in costante riassestamento tra umanità e natura, riflettendo sull’antispecismo e sul crollo del dominio dell’essere umano sul vegetale: Joe non sarà mai più lo stesso dopo il contatto con la pianta omonima, e viceversa solo grazie al compagno di vita umano la pianta potrà garantirsi la sopravvivenza. Nel finale, che ribadisce la portata metaforica e riflessiva del film, arriva il sottotesto più disturbante: i legami, forse, non sono altro che virus ben mascherati, simbiotismi tra parassiti che si alleano per reciproco utilitarismo.

Federico Squillacioti