Voto

8

A quarantasei anni dalla prima trasposizione cinematografica del romanzo The Beguiled di Thomas Cullin (1966), La notte brava del soldato Jonathan di don Siegel, Sofia Coppola ne propone una nuova versione in una veste piuttosto lontana da quella di un semplice remake. Se infatti il film del 1971 presentava un taglio prettamente maschile, virile e aggressivo, complice la fisicità dirompente di Clint Eastwood, il punto di vista del film della Coppola è declinato al femminile, tutto giocato sul discreto, l’intimo e il suggerito.

Mentre gli uomini sono al fronte a combattere la Guerra di Secessione, il potere viene temporaneamente ceduto alle donne e l’istituto per ragazze di buona famiglia gestito da Miss Martha (una gelida Nicole Kidman) ne è l’emblema: una prigione artificiale alienante, isolata dal mondo e chiusa in se stessa, dove la repressione del desiderio delle cinque studentesse e delle due istitutrici dà vita a un ambiente malsano e di castrazione, di superficiale adesione alle norme sociali del tempo sotto alla quale ribollono pulsioni libidinose. Come le intime passioni delle sette donne, anche la realtà della guerra viene lasciata fuori dal cancello dell’istituto, ma continua a bussare alla porta, suggerendo l’incombenza di pericoli che minacciano l’esistenza idilliaca dell’istituto.

L’equilibrio di questo mondo al femminile viene messo in crisi dall’arrivo del Caporale McBurney (Colin Farrell), che innesca un gioco sottilissimo di ambigui inganni e manipolazioni dalla raffinata fattura formale – nota di merito ai costumi di Stacey Battat –, costruito da fulminei scambi di sguardi, dettagli su cui si sofferma senza indugiare la macchina da presa, dialoghi dalla pregnanza appena accennata e aderenti in modo ineccepibile al periodo storico. Insieme al soldato irrompe la realtà, la luminosità dell’esterno che in presenza di McBurney riscalda le tonalità fredde della fotografia, e si sprigionano le pulsioni represse da anni: il desiderio di uscire dall’istituto, di curiosità verso l’esterno, di ribellione alle norme.

Secondo una circolarità appena suggerita, il turbinio causato dall’irrompere del corpo maschile come oggetto dello sguardo femminile, prima desiderante e poi vendicativo, volto all’autopreservazione e alla protezione del proprio nido, porterà alla castrazione dell’elemento disturbante, sia fisicamente che metaforicamente, e infine all’espulsione. La macchina da presa, sempre distaccata e apatica, si ritira definitivamente e arretra con un carrello che suggella l’inviolabilità di questo mondo estraniato ed estraniante.

Benedetta Pini