All’interno una scena musicale che vuole connotarsi sempre più come italiana, Jesse The Faccio adotta l’approccio anglosassone dei suoi artisti preferiti. Fra malinconia e sguardo ironico, racconti per immagini sfocate e sonorità elettriche, il ventisettenne padovano è alle porte di un’estate che si preannuncia caldissima. Dopo il MI AMI Festival lo scorso 24 maggio, l’uscita del singolo Santa Sofia e l’annuncio di un tour ricco di tappe, Jesse è carico a mille. L’abbiamo incontrato per parlare di musica anglosassone, di live in solitaria, di Padova e scoprire cosa c’è sotto quel cappellino dei Beach Fossils che non toglie mai.

Il progetto Jesse The Faccio suona come un ponte che collega le sonorità dell’indie-rock americano ai testi del cantautorato italiano. Sei d’accordo?
Sono d’accordissimo, è stato un po’ quello che volevo esprimere con i miei brani, la missione: volevo prendere sonorità soprattutto dagli States, come Mac DeMarco e i Beach Fossils, quel modo di suonare la chitarra, soprattutto. Però volevo anche cantare in italiano: mi piace esprimermi nella mia lingua perché riesco a esprimermi molto meglio, anche nei concetti un po’ più contorti. Ho cercato di unire le due cose, anche perché mi sembrava che in Italia mancasse questo tipo di sonorità “estere”, menomale che adesso sta venendo fuori più gente.

Qual è la differenza fra l’approccio musicale anglosassone e quello italiano?
Forse la musica italiana dà molta più importanza al testo. Poi abbiamo questa cosa del piano-voce, chitarra-voce, del pezzo funziona già così, ed viene arrangiato in seguito. Da noi si dà tantissima importanza alle liriche, anche perché la storia della canzone italiana è principalmente cantautorale: anche se il risultato del brano è frutto della collaborazione di tanti musicisti, la matrice della canzone è quella. Invece nelle band statunitensi mi sembra che ci sia un lavoro più intenso sul suono fin da subito, prima ancora che il testo prenda forma. In verità, l’approccio di ogni artista rimane super-soggettivo, a prescindere dalla tradizione musicale di appartenenza. Però ecco, da noi si dà tantissima importanza alle liriche, anche perché la storia della canzone italiana è principalmente cantautorale: anche se il risultato del brano è frutto della collaborazione di tanti musicisti, la matrice della canzone è cantautorale.

Si insiste molto sulla componente “made in Italy” della recente musica nazionale, ma qual è oggi, secondo te, l’artista italiano dalle sonorità più internazionali?
Di italiano che canta in italiano, secondo me è Giorgio Poi: penso che l’abbia dimostrato anche con l’apertura di dieci date dei Phoenix in America e in Europa; Giorgio Poi ha portato il suo immaginario all’estero, tradotto il suono, e questo arriva sicuramente a chi ascolta le sue canzoni. Non è cosa da poco. Credo davvero che sia uno dei pochi ad aver interpretato la questione così bene, e l’unico ad aver raggiunto un successo notevole. Ho scoperto da pochissimo anche Nico Laonda, che mi piace molto: è un ragazzo italiano che vive a New York, anche lui fa quello che faccio io con qualche synth in più.

Nelle canzoni del tuo album di debutto I Soldi per New York (2018) si riscontra un’attitudine in linea a quella degli artisti che hai nominato: vivacità di ritmi e melodie unita a liriche malinconiche e disilluse. Che cosa ne pensi?
Penso che sia abbastanza naturale, che venga fuori spontaneamente: si tratta di esprimere le due facce della stessa medaglia, e la medaglia sono io. Visto che scrivo e arrangio i brani in tutte le sue componenti, è un approccio davvero personalissimo. Però non penso che quegli artisti si siano messi a tavolino a decidere il loro mood: nel mio caso è stato un processo molto spontaneo. È proprio qualcosa che deriva dalla sensibilità dell’artista e rimane una davvero personale e unica di brano in brano. Ora che ci penso, è sicuramente un’attitudine che riconosco in me e che è accostabile ai miei modelli, ma non ci hai avevo mai davvero riflettuto fino a ora.

Ti stanno succedendo tante cose belle in questo periodo: è uscito di recente il tuo nuovo singolo Santa Sofia, hai suonato al MI AMI Festival, hai tante date in programma per l’estate. Come ti senti a riguardo, tachicardia a parte?
Sicuramente c’è stata una dose di fortuna notevole, ma ce lo siamo anche meritato: quando è nata l’idea di questo progetto ho voluto creare una squadra davvero forte, fin da subito. L’obiettivo non è mai stato fare soldi o arrivare al successo: amo questa musica e penso che per la scena italiana sia qualcosa di nuovo, sarebbe davvero bello farla arrivare a più persone possibile. È iniziato tutto dalla cordata delle etichette, poi è arrivata Panico Concerti e le prime date, il pubblico l’ha presa subito bene, e piano piano è arrivato tutto il resto. Adesso siamo carichi per fare di più, non è nemmeno l’inizio! Dopo il MI AMI e Bologna, la prima data dell’estate è a Roma a Villa Ada: è passato un mese dagli ultimi live e non vedo l’ora, ho voglia di rimettermi in furgone coi ragazzi!

Una cordata di etichette?
Economicamente non sono messo bene, quindi non mi sarei potuto permettere né le registrazioni né la distribuzione. Per questo la mia prima idea, quando ho iniziato a mandare le demo in giro e a ricevere le prime risposte, era di uscire per più etichette, così che si dividessero le spese tra loro, e siamo riusciti a fare tutto: mix e master seri per il disco, stampa, merchandising, distribuzione.

Le tue canzoni suonano come quelle di una band e non come quelle di un cantautore: qual è il tuo rapporto con i musicisti che suonano insieme a te e quanto influenzano i brani?
Il rapporto è davvero fraterno: siamo partiti come amici, poi abbiamo condiviso palchi in progetti diversi e infine lavorato insieme al disco: siamo diventati davvero unitissimi. Nell’arrangiamento non c’è stata una vera e propria influenza: loro sono stati bravissimi a capire quello che avevo in testa e mi hanno aiutato a mettere in forma di canzone le mie idee chitarra e voce. Abbiamo lavorato alle produzioni tutti insieme, anche con molti ascolti, insistendo sui passaggi che sembravano non funzionare. Suona come una band perché il live è quello di una band vera e propria: il mio sogno è sempre stato quello di registrare in presa diretta, ci tengo proprio a fare arrivare questa dimensione di collettivo.

Quindi non sei affezionato ai live “solo”, immagino.
In realtà mi piacerebbe molto, anzi, è una cosa che stiamo pensando di mettere in piedi, magari per l’autunno/inverno prossimo. L’ho fatto un paio di volte in passato e mi aveva coinvolto davvero, nonostante sia molto più difficile per me: quando sei da solo sul palco devi essere in grado di tenere la serata e intrattenere il pubblico, mentre con una band puoi anche salire, tirare tutto il live senza dire una parola e uscire. Sono due dimensioni diverse, potrebbe essere l’occasione per far entrare chi ascolta nell’ambiente “cameretta”, ascoltando bene tutte le parole dei testi e magari approfondendo qualche retroscena. Dopo questa estate di live full-band penseremo anche a questa idea.

Qual è la vita di Jesse quando non ha la chitarra a tracolla e la bocca vicina al microfono? Scommetto che il cappellino sbiadito e liso non lo togli mai…
Assolutamente no, il mio cappellino dei Beach Fossils è sempre in testa! In realtà poco o nulla, consegno il cibo in bici per tirare su qualche soldo, e poi mi trovi al baretto con gli amici. Si lavora sulla musica ogni momento che si può, ovunque.

Non me ne avrai se sto prendendo un granchio, ma nelle tue canzoni non sento quasi mai il mondo padovano, la tua terra, la tua città. Che rapporto hai con il tuo territorio d’origine?
Personalmente sono un po’ stanco di Padova: mi piacerebbe andare via, ci proverò sicuramente, appena trovo un po’ di stabilità. Non si sente Padova nei miei brani perché parlo molto per immagini e per persone: il luogo non è mai definito precisamente, potrebbe essere ovunque. Magari l’immagine descritta o la persona di cui si racconta si trovava a Padova, ma dal testo non emerge questo dettaglio. Musicalmente Padova è messa molto bene, e secondo me fra qualche anno sarà ancora meglio: c’è gente che suona e che ha davvero voglia di farlo, noi in primis. Il problema della musica a Padova è che mancano i luoghi in cui suonare: d’estate ancora ancora con i festival, ma in inverno non abbiamo un club vero e proprio, un posto dove sentire musica dal vivo. In una città con decine di migliaia di studenti da tutto il mondo, è un grandissimo peccato, veramente. Nel mio percorso personale penso che andare via da Padova mi potrebbe servire in positivo, ma anche in negativo; vedremo.

Riccardo Colombo